Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

ARIECCO LE PRIMARIE

luglio16

Nella sinistra italiana cova sempre, anche nei momenti di riscatto, una coazione a ripetere le scempiaggini del passato. 

Ripercorriamo i recenti avvenimenti.

Si crea un’area a sinistra del PD che però è scomposta non solo perché si divide in più soggetti, ma anche perché gli stessi sono destrutturati al loro interno, non avendo ancora maturato una riflessione e una linea sui temi dirimenti della fase: Europa, immigrazione, politiche monetarie e fiscali, rapporto tra la sfera del bene pubblico e quella del mercato, più spesa pubblica o meno debito pubblico. Insomma siamo ancora a “caro compagno” nel percorso di delineazione di un’identità e di un programma condivisi.

Per dare una rassettata a questo brodo primordiale, anche sotto la spinta di venti di crisi e di elezioni anticipate, si offre un signore di cui si enfatizza il passato di sinistra radicale, nonostante l’evaporazione dei suoi trascorsi.

Tutti si guardano l’un l’altro con espressioni tra il perplesso e lo sbigottito e si domandano: “Ma questo chi l’ha chiamato? Chi l’ha nominato? Chi lo ha incaricato?”

Intanto tra un talk show e un’intervista si chiarisce il ruolo di questo signore: è un federatore.

Ma federatore di che? Di pensieri in libertà? Di idee sparse e non riflettute, non mediate e non ancora sistemate in un discorso coerente?

Primo sintomo del vizio della coazione a ripetere: si prende uno e gli si affida un compito che invece deve essere collettivo. Pisapia doveva essere uno dei soggetti impegnati in questo sforzo, non il delegato non si capisce in base a quali caratteristiche personali e quale mandato.

E siccome non si capiva e non si capisce tuttora Pisapia agisce in base all’umore con cui si sveglia la mattina e con un’orizzonte strategico di cinque minuti: dopo essersi fatto incoronare da una rispettabilissima piazza di militanti di sinistra disposti a mettere cuore e passione nella ricostruzione della sinistra annuncia che non si candida. Vabbè, abbiamo scherzato.

Ma ora arriva un’altra tentazione di ripetere le fesserie di sempre: le elezioni sono non imminenti, ma comunque vicine e bisogna incominciare a fare un ragionamento sui candidati. Come risolvere questa patata bollente? Semplice: le primarie.

Come se non avessimo assistito al comico spettacolo che il PD ripete da anni con le primarie.

Lasciamo perdere i pericoli di entrismo, inquinamento e infiltrazione di estranei al voto, che potrebbero anche essere risolti, anche se ci credo poco. 

La catastrofe la vedo nel confronto personalistico in cui peraltro scivoleranno tutti i temi che attualmente non hanno trovato la quadra in un sistema valoriale e programmatico coerente. Si farà a cazzotti sull’Europa (che è già materia da pronto soccorso) mentre si farà a calci sui nomi da mettere in lista. E ditemi, di grazia, questa rissa recupererà quei voti di sinistra dispersi su cui si pone, giustamente, tanta enfasi, o al contrario ne farà scappare ancora di più?

E senza considerare che nella scelta dei candidati mediante primarie saranno avvantaggiati quelli che provengono da formazioni più strutturate sul territorio. Altro motivo di polemiche e tafferugli (si spera solo metaforici, ma non ci scommetterei).

Dovremmo cioè affrontare questo rischio per sudditanza culturale nei confronti dei dogmi della democrazia plebiscitaria invece di approfittare di questo periodo per discutere di programmi. Poi sarà compito della classe dirigente di Sinistra Italiana, di MDP, di R.C., di Possibile e del civismo democratico che riusciremo a coinvolgere, ecc. ecc. l’attività di mediazione sulla scelta dei migliori candidati, i più spendibili.

Ed è pretestuosa l’obiezione dell’investitura dall’alto, perché c’è il modo di discutere le candidature nei collegi o circoscrizioni facendole condividere dalla base con modalità democratiche.

Non si può offrire un’immagine alternativa se poi si mutuano tutti i vizi dei soggetti politici da cui ci si vuole distinguere. E le primarie sono uno dei vizi peggiori del PD, che ha scaricato il confronto di idee nello scontro tra le persone. Risultato? Il renzismo ha avuto la strada spianata perché non contrastato da una sana dialettica politica sul merito e i contenuti della linea politica. 

Vogliamo strozzare nella culla la sinistra che stiamo facendo risorgere?

SU “AIUTIAMOLI A CASA LORO”

luglio8

Premessa:

1. non mi interessa quello che dice Renzi, è un cazzaro matricolato che le spara grosse a seconda degli umori degli ultimi cinque minuti e la questione dell’immigrazione è troppo seria per essere affrontata sulla base di post fantasma che appaiono e scompaiono;

2. nel 2014 Alfano (ministro del governo Renzi, R-E-N-Z-I, chiaro?) siglò l’operazione Triton che impone lo sbarco dei migranti in Italia anche se salvati da navi di altri Paesi. Ora Minniti non sa cosa dire all’Europa e Renzi fa apparire e scomparire post. Questo tanto per sottolineare la lungimiranza renziana in tema di sbaschi e immigrazione;

3. quindi lasciamo perdere Renzi e cerchiamo di ragionare tra persone serie.

Ogni individuo deve essere libero di scegliere il Paese dove vivere” è una colossale fesseria, peraltro non di sinistra, ma in linea con il più estremo pensiero liberista. Per due motivi: 

  1. in ogni caso sarebbe un diritto esercitabile solo dai ceti più abbienti con cultura cosmopolita che hanno i mezzi per muoversi e sistemarsi alla grande, mentre per i poveracci significa annegare nel Mediterraneo, come purtroppo vediamo;
  2. mezzo pianeta povero si sposterebbe nell’altra metà ricco con il risultato di avere tutto il pianeta povero, mentre la sinistra doivrebbe sostenere semmai che tutto il pianeta dovrebbe essere ricco. 

Questo detto “terra terra”. Quindi una sinistra “sana” dovrebbe al contrario sostenere, come un tempo in cui era, appunto, sana che “ogni individuo deve essere libero di non essere costretto a emigrare“.

Perché emigrare è terribile, anche quando non si rischia la morte per farlo. Terribile per i giovani che lasciano la famiglia e gli affetti e per coloro che vengono lasciati. Terribile per lo spaesamento e per lo strappo delle proprie radici. Basta rispolverare i racconti di chi ha vissuto questa esperienza: storie strazianti.

Ma è una scemenza iperurania anche “aiutiamoli a casa loro”, detta da Renzi o Salvini. Perché il loro approccio politico non ha strumenti per farlo, né nell’uno né nell’altro caso.

Perché ci fu una fase in cui li aiutammo a casa loro, ma il mondo aveva un assetto diverso. Nel trentennio successivo allka fine della Seconda Guerra Mondiali si operò in un regime di protezionismo temperato. Che significa?

Significa che l’accordo che regolava i rapporti commerciali, ossia il Gatt, era sì diretto a una graduale riduzione tariffaria per espandere il commercio mondiale, ma era riconosciuta la possibilità ai Paesi in via di sviluppo di derogare senza alcun limite, cioè di mantenere un regime tariffario rigido per proteggere il loro sistema industriale immaturo e non ancora consolidato. Inoltre era loro consentito di applicare le quote, ossia restrizioni quantitative del volume delle merci importate al fine di ristabilire le condizioni di equilibrio nella bilancia dei pagamenti. 

Non solo: il Gatt operò sostanzialmente secondo i principi dell’Ito (International Trade Organization) anche se questo fu introdotto dalla Carta dell’Havana che però decadde perché il Congresso americano non la ratificò (i soliti ottusi, per non dire altro). Comunque quello che non potè fare l’Ito lo fece il Gatt, ossia affermare il principio che nei Paesi in via di sviluppo dovevano essere realizzate condizioni di crescita trainate da un soddisfacente livello salariale e espansione dei diritti dei lavoratori al fine di aumentare “poi” le importazioni e quindi contribuire all’espansione del commercio internazionale. Piccolo corollario: il sistema richiedeva che ciascun Paese avesse il pieno controllo delle politiche monetarie e di bilancio e quindi dei flussi di capitali, merci e persone. 

E in quel periodo 42 Paesi svantaggiati crebbero stabilmente a tassi non inferiori al 2,5 annuo, di più di quanto oggi cresciamo noi  Paesi industrializzati. 

Tutto il contrario dell’Uruguay Round, che invece predica la liberalizzazione completa di merci e capitali come volano per la crescita del commercio mondiale e quindi dello sviluppo (come no, si è visto). 

E si aggiunga all’assenza di un’organizzazione mondiale a supporto della crescita la desertificazione progressiva di intere aree africane, che spingono le popolazioni all’esodo e depauperano la capacità produttiva.

Tutto questo non interroga Renzi, che non ha elaborato un minimo di strategia su come si possa fare ad aiutare i migranti “a casa loro” né ha la minima intenzione di mettere in discussione questo assetto, ma la sinistra italiana e europea, che non può limitarsi a predicare i buoni sentimenti (non a caso nell’impotenza di elaborazione politica si rifugia sotto le encicliche del Papa).

Accogliamoli tutti” non può essere l’alibi per non incrociare questioni dirimenti come quella dell’Europa. Che c’entra? C’entra perché l’Europa riproduce nell’area che abitiamo il perfetto contrario di quell’organizzazione che permise di aiutare i migranti “a casa loro”. E non è un problema di trattati, ma di impossibilità per i governi di agire attraverso le leve monetarie e di bilancio, dato che la moneta è sottratta alle prerogative degli Stati, è un vincolo, non una risorsa.

E il sistema europeo non consente di aiutare nessuno, né a casa loro né a casa nostra.

Non è il momento di eludere i nodi con slogan che fanno fare bella figura di fronte ai “razzisti” Renzi e Salvini: è il momento di un pensiero autonomo e radicale che riporti al centro il tema del governo degli Stati, che lo esercitano pienamente su mandato dei cittadini e non lo devolvono ad autorità sovranazionali che nessuno ha votato. E che aiutano solo il capitale finanziario. 

 

 

 

 

 

 

BELLA PIAZZA DEGLI APOSTOLI, MA ……

luglio2

 

Non se la devono prendere i compagni di Articolo 1 se noi che non abbiamo aderito al loro progetto, ma siamo interessati al suo sviluppo, avanziamo qualche critica.

Personalmente sono felice che tante energie finora rimaste imbrigliate nel richiamo della “Ditta” stiano gettando le fondamenta di una nuova “ragione sociale” (e ora la finisco con i termini aziendali, promesso).

Diciamo che state costruendo una nuova casa. E allora io faccio come quei vecchietti che guardano i cantieri e danno consigli non richiesti. 

Si gettano le fondamenta previo rilevamento geoligico, se no pure l’edificio più solido crolla.

E la vostra passione è solida, è un peccato farla sbriciolare.

No, Bersani non l’ha detta tutta. 

La globalizzazione dal volto umano non è diventata matrigna tre anni fa. Niente di quello che accade ha radici in un passato prossimi, figuriamoci un fenomeno planetario.

Il mondo prima degli attuali livelli di globalizzazione cresceva a ritmi che attualmente possiamo solo sognare.

Nel trentennio 1949-1978 l’Italia cresceva al tasso medio annuo del 4,4% come la Germania, la Francia del 3,8%, gli USA del 3,1 ecc. ecc.

Nel periodo 1979-2008 si è avuta la caduta: l’Italia è cresciuta al tasso dell’1,6%, la Germania dell’1,7%, la Francia dell’1,8%, gli USA del 2,3%, tanto per rimanere agli esempi di prima. 

Nel frattempo sono arretrati i diritti dei lavoratori, sono peggiorate le condizioni di vita, le esistenze si sono precarizzate, fino ad avere oggi in Italia 12 milioni di persone che non possono usufruire di tutte le cure mediche di cui hanno bisogno. E questo numero non si è accumulato tutto negli ultimi tre o quattro anni, è pazzia pensarlo.

Quindi le cose vanno prima maluccio, poi male, poi malissimo da circa 40 anni e perciò la globalizzazione dal volto umano non si è mai vista, è iniziata nel segno del capitalismo più violento e così è proseguita.

E queste cose, caro Bersani, vanno dette, se no pare che all’incirca mezzo secolo fa il mondo abbia dato inizio a una nuova età dell’oro e poi, vai a capire perché, qualcosa è andato storto. E ora si tratta solo di aggiustare il tiro: un po’ più di lavoro, un po’ più di equità, un po’ più di solidarietà, ecc. ecc.

No, caro Bersani, quel processo aveva una tara genetica, come quando la natura non dispensa un cromosoma: mancava la sinistra.

Fu tutto un corso storico sviluppato in assenza di una visione della sinistra. In particolare della consapevolezza da parte della sinistra che la distrubuzione del reddito, il tasso di disoccupazione, la protezione sociale necessitano del controllo completo delle politiche monetarie e di bilancio dei governi nazionali. Il che significa controllo dei flussi di capitali, merci e persone altrimenti ogni decisione cade sotto la scure di fattori esogeni e non si governa più niente. Non è protezionismo retrivo, è democrazia di popolo che tramite i suoi rappresentanti decide come dirigere l’economia.

Una sinistra frastornata che di fronte a quello che accadeva sotto i suoi occhi ha alzato le spalle e si è detta: “E’ la globalizzazione, bellezza”.

Vogliamo continuare, ora che stiamo gettando le fondamenta di una nuova sinistra, a continuare a tenere la testa sotto la sabbia e a insistere con la manfrina: un po’ più di lavoro, un po’ più di equità, un po’ più di solidarietà?

Ecco perché vorrei vedere una buona volta intorno ad un tavolo in un teatro o sul palco in una piazza, o dove volete voi, tu Bersani, Montanari, Fassina, ecc. ecc. affrontare una buona volta questi temi, magari menatevi pure, ma non può essere che si agiti il richiamo all’unità senza sciogliere questi nodi. 

Perché poi? Per andare al governo se no ci andranno le destre? Ma una volta al governo i nodi verranno al pettine e allora ci strapperà tutti i capelli.

Ma si può pensare seriamente di non fare apparire gli strappi tra diverse concezioni del tema dell’Europa e del governo dell’economia se alcuni parlano in un teatro, e gli altri non ci vanno perché “mancano le condizioni”, e quegli altri parlano in una piazza, e quelli del teatro non possono parlare perché è un “happening”?

Di cosa si è avuto paura, di suscitare perplessità nel nostro popolo ansioso di avere presto una nuova casa?

Perché, non ci ha già pensato Pisapia a disorientarlo con la antologia di pensieri sconnessi?

Con sincero affetto da una vecchietta che spia i cantieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRODI NON DEMORDE

giugno24

Diceva Einstein che è follia fare sempre le stesse cose e aspettarsi risultati diversi. 

Perciò francamente non so se in Italia si vuole rilanciare il centrosinistra nella convinzione che stavolta sarà diverso, il che secondo Einstein è da manicomio, oppure l’obiettivo è proprio quello di conservare il capolavoro politico che abbiamo sotto gli occhi: la palude della sinistra, una classe dirigente asina e incolta, la democrazia ridotta a sfoghi sui social, territori ridotti come la groviera dalle logiche di mercato, vite precarie e malessere sociale ed esistenziale diffuso: praticamente la distruzione di una civiltà.  

Ma Prodi è così convinto, per una delle due ragioni che esponevo sopra, o forse entrambe, che bisogna ricominciare da capo, che nega pure la possibilità che esistano divergenze di merito: “A bloccare tutto sono i veti personali“.

Bisogna riconoscere che qualche appiglio retorico ce l’ha: se tutti continuano a parlare di centrosinistra come se si trattasse di una categoria dello spirito che non si può mettere in discussione per Prodi è facile evocare l’asilo Mariuccia e i dispettucci infantili, anche se pretestuosamente.

E allora si tratta di opporre a Prodi un ragionamento un po’ più rivolto alle dinamiche che attraversano l’elettorato di sinistra, che Prodi pare non considerare per niente, concentrato com’è a fare il pacificatore-confessore di gruppi dirigenti: caro Prodi, noi che passiamo per parrucconi nostalgici del Novecento in realtà un minimo di coscienza della rottura di fase l’abbiamo maturata. I tempi d’oro d’oro del centrosinistra, che poi si rivelarono di cartone, furono l’abbaglio che accecò un popolo di sinistra frastornato dal crollo del muro di Berlino, la dissoluzione dei partiti, l’equivoco del maggioritario, lo spauracchio della destra al potere e soprattutto un centrosinistra ancora immacolato delle colpe di cui si macchiò in seguito al governo. Troppo per non confondere un popolo che aveva perso riferimenti ideali e politici.

Ma poi la vista si abitua agli abbagli e le cose riacquistano i contorni.

Il centrosinistra non fu una battaglia contro le destre, o almeno non lo fu del tutto.

Fu l’operazione di una sinistra confusa, timorosa e sulla difensiva che, in assenza di un’elaborazione rigorosa di pensiero, fu infiltrata da pezzi di poteri forti e ne fu catturata.

I suoi leader furono lanciati e sostenuti da Repubblica, che non è un giornale, è un pezzo di potere strutturato, magari incapace di strategie lungimiranti, ma abilissimo nello scompaginare qualsiasi tentativo di riorganizzazione della sinistra.

E ha la sfrontatezza di riprovarci, ancora oggi anche se ormai il disegno dovrebbe essere chiaro a tutti, e ci vuole una bella faccia.

Manda avanti il federatore e poi pure il pacificatore (in attesa del becchino) il cui compito non è quello di mettere in campo una forza di sinistra per ricentrare lo scontro politico intorno ai temi del lavoro e della democrazia. L’incarico che hanno affidato a queste improbabili figure è quello di preparare la sostituzione di Renzi con la copia italiana di Macron. Già, perché il problema di Lorsignori non è solo quello di garantire la governabilità in Italia, ma anche quello di inserirsi nell’asse franco-tedesco.  

E la sinistra, secondo Prodi, dovrebbe aderire senza fiatare a questo disegno, se no viene sgridata dalla maestra: “Bambini, finitela con questi dispettucci, Pierluigi, fai il bravo, fai la pace con Matteo. Massimo, non fare il tuo solito“.

Quale può essere il futuro della sinistra se si piega a questa farsa mortificante?

 

Non c’è altra strada: dire con parole chiare qual è il piano, cioè la riedizione del piano, e declinare l’invito. Abbiamo già dato. 

E’ la strada più lunga, lo so. Ma è la strada che porta più lontano.  

 

 

 

 

 

 

 

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