Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

UNA SINISTRA UNITARIA E COMPATTA di Paolo Desogus

settembre28

Uno dei peggiori lasciti del veltronismo, ben presente anche nell’area degli scissionisti della prima (SI) e della seconda ora (MDP) è l’idea che la sinistra sia la composizione di identità diverse tra loro. Sarebbe per questo sufficiente raccogliere un po’ di cattolici, un po’ di precari, un po’ di cassaintegrati del sud, un po’ di imprenditori vittime della crisi, un po’ di operai, un po’ di omosessuali, un po’ di ricercatori emigrati, per fare una sinistra o centrosinistra “largo e plurale”. In questo ragionamento c’è un profondo limite culturale che risponde all’ideologia – di matrice neoliberista – secondo la quale il compito della politica sia quello di riconoscere le identità formatesi al di fuori del gioco politico.

La sinistra non dovrebbe dunque fare altro che raccogliere idee e punti di vista già presenti nella società, metterli insieme, farli dialogare e cercare un leader federatore che porti i suoi soggetti sociali alle elezioni. Sia chiaro, è naturale che una società complessa necessiti di mediazioni, ma queste mediazioni devono servire a costruire un’identità generale, un progetto collettivo che trascende le singole particolarità. La politica non è la somma di interessi particolari.

E’ questo il motivo per cui è tornato ad essere attuale il concetto di popolo. Con questa parola antica, che ricorda battaglie politiche del passato si intende un soggetto sincretico che tiene insieme realtà sociali diverse e che dà verticalità alla loro unione attraverso un progetto generale.

Da quello che però emerge nei dibattiti di queste settimane, sembra invece che siamo condannati a sentir ancora parlare di una “sinistra larga e plurale” attraverso una operazione di ceto politico che come la vecchia Sinistra arcobaleno e Rivoluzione civile assembla leader auto affermatisi come rappresentati di una data identità sociale del paese, senza che vi sia un reale progetto unitario che indichi una traiettoria e un orizzonte – che per me è quella della redistribuzione della ricchezza e dell’economia mista e in lunga prospettiva della socializzazione dei mezzi di produzione.

La sinistra di cui si parla oggi è invece una sinistra senza aggettivi, incapace di evocare alcun sentimento popolare. Una sinistra che veltronianamente tiene insieme tutto senza saper trovare una sintesi generale. Una sinistra dunque senza speranza, senza futuro, destinata a frammentarsi il giorno dopo le elezioni nel mosaico irregolare di identità che precariamente la formano.

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