Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

RENZI, IL CERINO E IL POVERO SPERANZA di Paolo Desogus

ottobre23

Il nostro ex presidente del Consiglio ha tanti difetti. Su una cosa bisogna però dargli atto: Renzi non è ipocrita, non nasconde la sua arroganza e la sua simpatia per la destra.

Non so quanti del vecchio centrosinistra avrebbero avuto il coraggio di mostrarsi vicino a Marchionne pur avendo anticipato la stessa politica di Renzi, il quale al contrario non si è fatto scrupoli a mostrarsi con lui a braccetto.

Renzi non si nasconde, e questo è un vantaggio per lui, soprattutto se l’avversario, privo di un briciolo di visione del mondo, ha come unica tattica quella del cerino per “stanare” l’avversario. Chissà quante risate si è fatto ieri leggendo sulle colonne di Repubblica, l’intervista di Speranza.

La foto di questo post credo che dica tutto di Renzi. E se ci fate caso, non si tratta di una foto casuale. Questa immagine è stata studiata a tavolino: è l’immagine di uno che se ne fotte delle regole, va dritto per la sua strada esibendo i propri difetti. Non è allora col gioco del cerino che si sfida uno così.

Renzi combatte a viso aperto, mentre i vecchi rottami del centrosinistra vivono nascosti nei cumuli di ipocrisia ammucchiati in anni e anni di politiche fallimentari.

 

 

 

SENZA SPERANZA

ottobre22

MDP perde il pelo, ma non il vizio del tatticismo. 

Si contorce ancora in politicismi: lanciamo la sfida a Renzi così lui risponde di no e quindi il cerino torna in mano a lui e l’elettorato si convince che siamo più affidabili noi e ‘ndringhete ‘ndrà. 

E fin qui si tratta improvvida operazione di comunicazione: è intelligente lanciare il messaggio di volersi attaccare a un convoglio finito su un binario morto, a giudicare dall’accoglienza al capotreno del PD alle stazioni e al disastro annunciato delle elezioni siciliane? 

Ma non si tratta solo di tatticismi che fanno cadere le braccia, c’è di peggio: la proposta di  MDP di modificare la legge elettorale aumentando la quota maggioritaria per riaprire il tavolo delle trattative con il PD.

E qui dal sorriso compassionevole che si riserva a quello della compagnia meno sveglio si passa all’incazzatura feroce. Perché si palesa il disegno di MDP mai abbandonato: promuovere accordi elettorali con il PD nei collegi.

Non c’è niente da fare, unisci tutti i puntini e viene fuori il ritratto di MDP di Giano Bifronte. Una faccia è proiettata verso la ricostruzione di una sinistra degna di questo nome, ma è timorosa e irresoluta. L’altra invece non riesce a staccarsi dall’orizzonte del centrosinistra e sogna di riprendersi il contenitore politico di quel progetto, cioè il PD. 

E tanto più si avvicinano le elezioni siciliane che potrebbero rappresentare il colpo di grazia a Renzi, tanto più si inventano occasioni per riavvicinarsi al PD con la speranza di poterci balzare sopra.

Penosa illusione. Un partito si caratterizza per la sua base sociale e la base sociale del PD non è più quella tipica di un partito di sinistra. Oramai i riferimenti sociali storici della sinistra sono tutti refluiti verso le destre, i 5 Stelle e l’astensionismo. E non torneranno all’ovile attratti da un progressismo minimale quele può essere quello di una riedizione ripulita da Renzi del centrosinistra. Che è una formula perdente in tutta Europa anche senza Renzi.

Mi auguro un oscuramento di questa faccia irritante di Giano in MDP, anche per il suo bene, perché è una faccia che si affaccia su un vicolo cieco.

Io personalmente la prenderei a schiaffi per la slealtà nei confronti di Sinistra Italia, Possibile e gli altri soggetti impegnati nella ricostruzione della sinistra in Italia, che sono costretti ad assistere periodicamente a queste ridicole giravolte.

C’è del renzismo in questa disinvoltura, non se ne rendono conto i compagni di MDP? Pensano poi di essere credibili quando accusano Renzi a ragione di inaffidabilità e di tatticismo senza progetto?

 

 

 

IL PD HA 10 ANNI E ANCH’IO NON STO MOLTO BENE

ottobre15

Io c’ero al battesimo del PD e no, non mi accorsi che stavamo facendo nascere qualcosa di insano.

Feci diligentemente il mio intervento al congresso del circolo e dissi che sì, mi convinceva quel progetto di fusione delle culture politiche laiche e cattoliche progressiste del Paese. D’altra parte già si governava o ci si candidava a governare insieme e quindi tanto valeva portare il livello di mediazione dai gruppi dirigenti alla base. 

Era soprattutto questo che mi faceva propendere per l’adesione al progetto: la collocazione del dibattito tra le diverse culture non più nei piani alti del governo, ma nei luoghi della militanza, nel basso. Azz che bello!

E ora, dieci anni dopo, mi trovo qui a chiedermi come ho potuto prendere un abbaglio così grosso.

Come ho potuto scambiare un’alleanza con un’unione definitiva, peggio, con una melassa che stingeva tutte le anime progressiste. Che invece, conservando la propria autonomia, avrebbero potuto elaborare tanto pensiero.  

Ed era facile prefigurare un magma aideologico dove tutti i temi corrono in superficie e lì si ferma l’approfondimento, senza radicalità, se no si urtano le altre sensibilità.

Eppure già allora, ricordo bene, la domanda più urgente che rimbombava nei circoli DS era: “Eh, ma come facciamo a metterci d’accordo sui temi civili, le unioni omosessuali e la fecondazione assistita?”.

Non era: “Abbiamo deciso di archiviare definitivamente la nostra impronta di classe o pensiamo di coniugarla con l’interclassismo dei nostri amici eh DC? E se sì, come?”. Niente, questa domanda non agitava nessuno.

Ma io non sentii il campanello d’allarme. 

E ci condannammo a un destino senza ideologia e senza riferimento sociale. Poi ci chiediamo da dove sia potuto spuntare Renzi.

Me ne andai dal PD portandomi dietro il mio fardello di colpe. 

E in questi giorni il PD festeggia il suo decimo anniversario poveramente in un teatro e non nelle piazze, perché di popolo non ce n’è.

Il PD compie 10 anni e anch’io non mi sento tanto bene. 

 

 

 

 

 

 

LA SINISTRA PETALOSA DI REPUBBLICA

ottobre7

Ormai dovrebbe essere chiaro anche a chi ha vissuto negli ultimi dieci anni nel deserto che:

  1. Repubblica, renziana della prima ora, ha sponsorizzato Renzi, ma non perché convinta delle sue eccelse doti di statista (e ci mancherebbe), ma solo perché funzionale al disegno di eliminare definitivamente ogni residuo politico e culturale di socialismo dalla sinistra;
  2. per Repubblica e i suoi riferimenti la sinistra deve essere aideologica, senza alcuna declinazione “di classe”, con base elettorale inclusiva anche di pezzi ampi della upper class, basta che condividano le parole d’ordine liberal  antirazziste, antiomofobiche e tante altre cose belle da sinistra petalosa;
  3. perciò il leader ideale di questa sinistra figa e petalosa deve essere una figura irenica, inclusiva, che in generale aborre lo scontro e in particolare quello di classe, tranne che con i populisti, razzaccia plebea;
  4. che per Repubblica Renzi, fatto il lavoro sporco di candeggiatura del PD e eliminate le residue macchie della cultura politica cattolica e comunista non è più buono nemmeno a portare il caffè quando si fanno le riunioni e perciò occorre un altro figurante, abbastanza vanesio e pieno di sé da pensare di essere in grado di guidare la sinistra verso luminosi traguardi;
  5. che questo omino mezzo incosciente e mezzo temerario sarebbe Pisapia;
  6. che Bersani è convinto che in Italia una sinistra che assuma una posizione di scontro contro questo disegno non abbia alcuna possibilità, per cui conviene ingoiare il rospo Pisapia, farselo piacere, e poi, semmai, provare a condizionarlo, per esempio ripetendogli ogni cinque minuti, fino allo sfinimento, che bisogna ripristinare l’art. 18 o almeno il 17 e mezzo;
  7. che quanto espresso al punto 6. è l’unica ragione per cui Pisapia è sempre in mezzo alle scatole, anche se non lo sopporta nessuno.

Per cui a questo punto è chiaro a tutti, compreso il tizio ritornato dall’eremitaggio nel deserto, che lo scontro su Pisapia è solo la proiezione teatrale di un altro scontro: quello sull’esistenza e la credibilità di un quarto polo nell’offerta politica del Paese, ossia quello di sinistra con connotazione di classe, che si aggiungerebbe a quello del PDe suoi satelliti, a quello dei 5 Stelle e a quello di destra.

Ma così il dibattito su Pisapia si sveste degli accidenti personalistici e arriva alla sostanza: lo scontro su Pisapia non è un confronto sulla leadership che rientra nella competizione fisiologica tra diversi modi di declinare una stessa visione, ma scegliere se rinunciare, e stavolta per sempre, a una sinistra autonoma e alternativa rispetto all’inutile orpello liblab a cui è stata derubricata negli ultimi decenni o tenere accessa una prospettiva di riscatto.

E ne consegue anche che serate tra Bersani, Errani e Pisapia come quella del 5 ottobre per cercare di portare il federatore sulle posizioni di MDP o comunque di inchiodarlo sull’alternatività rispetto al PD sono non solo inutili, ma nocive.

Inutili perché Pisapia ha la sua ragione d’essere nel suo ruolo di cerniera tra il PD e una sinistra timorosa di assumere posizioni all’altezza dello scontro politico attuale: gli vogliamo chiedere di non essere Pisapia?

Nocive perché fuorvianti: il problema di oggi della sinistra è riconquistare con una proposta politica i riferimenti sociali storici della sinistra, non agganciare personaggi per togliere figurine dall’album del PD.

Pisapia lo si può lasciare tranquillamente al caravanserraglio Renzi-Bonino-Calenda e altri fenomeni: meglio regalare a Renzi qualche manciata di voti della sinistra figa e petalosa di Pisapia piuttosto che continuare l’assenza dall’orizzonte di milioni di ultimi e svantaggiati.

 

 

 


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