Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

LA MADRE DELLE SCISSIONI DELLA SINISTRA: DA SE STESSA

febbraio25

Esauriti gli stucchevoli inviti all’unità del PD altrimenti si abbatteranno sull’Italia inenarrabili sciagure, partorita a Rimini Sinistra Italiana, fatta la conta dell’esodo da Sinistra Italiana nel nuovo soggetto politico nato dalla frattura del pd, proviamo a collocarci in un punto fuori dalla Terra e a fare una panoramica dell’esistente a sinistra. Dunque abbiamo:

  1. Sinistra Italiana;
  2. Movimento Democratici e Progressisti o come si chiamerà (mi dicono che il nome non è definitivo);
  3. Possibile;
  4. Campo Progressista o La Prima Cosa Bella di Pisapia (qui sono entrata in confusione tra politica e Festival di Sanremo).

Altro? Per il momento mi pare di no, ma è già abbastanza per far pensare all’alieno che ci guarda da un punto remoto che non è che una sinistra così pulviscolare abbia molta strada davanti.

Però all’alieno potrebbero mancare alcuni fotogrammi della storia remota della sinistra non solo italiana, ma europea che spiegano questa deflagrazione, dopo una coabitazione artificiale in un luogo che tutto era tranne che sinistra, cioè il PD.

Insomma in un posto in cui la sinistra era scissa da se stessa, una scissione ben più grave dell’arcipelago che si è prodotto.

All’alieno può anche importare poco di indagare il frangente o il processo in cui la sinistra si è estraniata da se stessa, ma noi non ci possiamo permettere questa indifferenza, pena l’irrilevanza per i prossimi 40 anni luce.

Perché la stravittoria del liberismo su tutti i terreni, sociale, economico, istituzionale e culturale inducono un bisogno di radicalità che non si esaurisce nell’additare Renzi come virus letale che si è impiantato in un corpo sano.

Io non ho mai avuto la pretesa di scrivere saggi su questo blogghetto da strapazzo, per cui dirò la mia in estrema sintesi, con molto sacrificio della complessità che invece è richiesta.

Quando sono iniziati i raffreddori nella sinistra italiana? Ed erano malattie solo nostre o da contagio europeo, cioè un’epidemia continentale? E’ importante la diagnosi, se no ci si cura con palliativi e si rimane malaticci.

Penso che già da prima della caduta del muro di Berlino i partiti europei che facevano riferimento ai lavoratori siano entrati in confusione. 

Prima del tramonto dell’orizzonte del socialismo reale fu la reverenza nei confronti del vincolo esterno, cioè la furia dei mercati internazionali, a piegare i riferimenti ideologici della sinistra, in Italia come altrove in Europa.

Ce lo ricordiamo che in Francia le sinistre unite vinsero le elezioni presidenziali del maggio 1981 e quelle politiche un mese dopo con un programma molto radicale che contemplava una politica di bilancio espansiva e redistributiva e un imponente pacchetto di nazionalizzazioni?

E che però questo programma già nel 1983 era ridotto a carte straccia perché Mitterand si accordò opportunisticamente con Delors, che era ideologicamente antastatalista sessantottino e quindi ostile all’intervento dello Stato nell’economia?

Non solo: Delors era fissato con la bilancia dei pagamenti, quindi assolutamente non disposto a mettere in discussione il dogma deflazionistico delle teorie economiche ortodosse, cioè liberiste. Lo rammento tanto per citare qualche linea di febbre nell’anamnesi della sinistra europea, altro che il batterio di Rignano.

Renzi è solo l’epilogo asino e incolto di una sinistra che già da diversi decenni ha rinciato ad elaborare un pensiero economico autonomo rispetto alla vulgata dei conti in ordine e della minima interferenza dello Stato negli affaracci dei mercati (ma perché, Napolitano non ci ha fatto per anni le balle quadre sui conti in ordine?).

Tornando ai giorni nostri: la sinistra, scissa o unita, se ripercorre i suoi passi per rintracciare dov’è avvenuto il tradimento intellettuale, dove si è arresa agli schemi della destra e dove avrebbe potuto opporre con orgoglio la sua visione, non può che limitarsi a vagiti contro i voucher e al generico proclama di tornare ad ascoltare i deboli e le periferie sociali.Ma che, davero?

Non si tratta di ascoltare, si tratta di dire!

Dire che il Jobs Act non è una trovata criminale di Renzi, ma  il figlio della teoria economica marginalista, dette impropriamente neoclassica secondo la quale il mercato del lavoro è nella condizione di piena occupazione purché si lasci oscillare il salario fino al punto in cui è conveniente per l’imprenditore occupazione aggiuntiva: siccome i sindacati sono rompiballe questo punto non viene raggiunto e quindi c’è disoccupazione.

Ma basta che il mercato del lavoro sia flessibile sia in entrata che in uscita e che perciò i salari si attestino al livello desiderato dagli imprenditori grazie alla minaccia dei licenziamenti e vedrete che di lavoro ce ne sarà per tutti (don’t be choosy, eccheccazzo!). 

Ma siccome un’elaborazione di teoria economica non ortodossa è presente, benché soffocata dalla litania accademica dell’ortodossia liberista, osare e riscoprirle significa affrontare i tempi attuali con la necessaria radicalità, l’unica in grado di parlare all’umanità massacrata dalla globalizzazione liberista.

Invece del lamento ellenico sugli arcipelaghi e la marginalità delle siniste disunite! 

 

 

 

 

LA PROVVIDENZIALE SCISSIONE

febbraio15

Mi si chiederà: ma che ti frega della scissione del PD, dato che hai aderito ad un altro progetto politico, Sinistra Italiana?

Penso che il futuro del PD debba interessare a tutte le donne e agli uomini di sinistra, prima di tutto per l’ovvia considerazione che anche un partito che non nasce per essere un satellite, ma per affermare la sua autonomia, non può prescindere dalla dialettica tra i partiti: un conto è avere a che fare con un PD indecente, un conto è confrontarsi con una forza politica con cui è possibile sedersi ad un tavolo (con il PD di Renzi non è possibile frequentare nemmeno lo stesso quartiere).

E già questo vale un brindisi alla scissione.

Il secondo bicchiere lo dedico al sollievo dell’eliminazione dell’equivoco che ha oppresso l’intero quadro politico, privato della dialettica tra destra e sinistra, schiacciato tra una destra che fa il suo dovere di rappresentanza dei dell’establishment e una sinistra che lo fa ancora meglio perché non deve nemmeno fare i conti con una degna opposizione. 

Un altro motivo per festeggiare è che la scissione, se sarà (ma non vedo margini per ricomporre la frattura) archivierà definitivamente il capitolo legge elettorale maggioritaria: Renzi farà filtrare qualche velina sulla stampa per confermare che quel 40% è suo, proprio suo, non del PD, intero o scisso, ma a quel punto arriverà l’ambulanza. 

E finalmente i partiti torneranno ad essere riferimenti ideali, si presenteranno agli elettori con un programma che si rivolge al pezzo di Paese che si propongono di rappresentare e ci libereremo, si spera, dell’ossessione del Centro, quello che con i sistemi maggioritari destra e sinistra si propongono di conquistare scrivendo programmi fotocopia e, peggio ancora, attuandoli. Con il proporzionale ognuno parlerà ai suoi, qualcuno parlerà finalmente ai lavoratori.

E poi c’è Pisapia. Qui sparo mortaretti, trik-trak e castagnole per lo scampato pericolo di una riedizione veduta e corretta del centrosinistra. Perché io non ho mai visto due che divorziano e fanno Natale insieme. Magari prima o poi si riparlano, ma appena dopo la rottura vengono alle mani se non li separano. Ed è un po’ improbabile un Campo Largo con dentro Renzi e Bersani, Orfini e D’Alema, Carbone e Speranza: uno dei due PD è di troppo, anche se non sono sicura che Pisapia sappia quale. Svanisce anche il sogno del 40% di Pisapia. Amen.

E infine c’è Bettini, e qui celebro il tripudio con un razzo. Finalmente non vedrò più sulla home la sua pagina sponsorizzata dove chiede a Renzi di riunire lui, cioè quello del Jobs Act, ecc. ecc., proprio lui, il Campo Largo. Tanto per contribuire alla coerenza del progetto di Pisapia, che a quel punto affronterà con unità di intenti temi quali: si va avanti con i voucher o si ripristina l’art. 18?  Si decide con la monetina o a morra cinese?

Speriamo di festeggiare domenica o al più presto.  

PISAPIA VEDO GENTE FACCIO COSE

febbraio11

Ho letto l’intervista di Aldo Cazzullo a Pisapia e devo dire francamente che ho fatto fatica a trovarci qualcosa di profondo. Apprendo che va in giro per l’Italia, della serie “Vedo gente, faccio cose”, ma, a parte l’intenzione di delimitare un campo di alleanze che comprende PD, liste civiche, ecologisti e poi si vedrà non rinvengo uno straccio di progetto, se non un generico intento di rifondare la politica.

E’ consapevole Pisapia che siamo di fronte ad una crisi di sistema, che occorre una lettura di fase, che è necessario affrontare nodi ineludibili, quali anche il rapporto con l’Europa, la questione dell’Euro, il contrasto all’ordoliberalismo, tanto per fare la lista della spesa, e che di fronte a questo quadro una forza di sinistra deve rispondere prima alla domanda “Che fare” e poi alla domanda “Con chi stare”?

Ho l’impressione di no. Indizi: esprimendosi su Renzi, udite udite che profondità di giudizio è contenuta nella risposta “Ha lati positivi: coraggio e, all’inizio, capacità innovativa. Ha portato a termine riforme ferme da decenni, a cominciare dalle unioni civili; ma ha anche sbagliato sul referendum e su altre riforme che si sono trasformate in controriforme, ad esempio sul Jobs Act. Dovrebbe ascoltare di più. E non ha capito che i corpi intermedi sono importanti; a cominciare dai sindacati”.

Tutto qui? Ha capito Pisapia che il Jobs Act non è un indidente di percorso del PD (tutto il PD, non solo Renzi) dovuto alla mancanza di ascolto dei sindacati? Pensa forse che riattrezzare qualche tavolo di concertazione basti ad allontanare il PD da politiche liberiste del mercato del lavoro? Ad un partito non liberista non sarebbe neanche venuto in mente di approvare quell’obbrobrio, anche senza sentire i sindacati!

A quale logica risponde il Jobs Act? A quella del monetarismo di Friedman, è tanto chiaro. Secondo questa teoria il mercato del lavoro, come quello dei beni, è sempre in equilibrio, cioè c’è sempre piena occupazione, purché non siano di intralcio i sindacati che, pretendendo barriere all’uscita (cioè ai licenziamenti) impediscono al salario di raggiungere il livello al quale le imprese ritengono conveniente assumere tutta la forza lavoro disponibile. In altri termini dietro ricatto di licenziamento i lavoratori si mettono in competizione tra di loro e la loro posizione arretra in termini di salario diretto (stipendio), indiretto (welfare e servizi) e differito (pensioni). E questa è una concezione del Paese di destra, non un momento di distrazione dal dibattito sindacale. Anzi, la distruzione dei corpi intermedi è funzionale all’attuazione di questo disegno ostile ai lavoratori.

Perciò quale campo largo di centrosinistra vuole costruire Pisapia senza risolvere questo tema centrale, che d’altra parte mostra di non avere capito nemmeno lui?

E mi rammarico che non sia nemmeno il solo, dato che Scotto ha definito l’operazione di Pisapia “ambiziosa”. Ambiziosa????? In cosa sarebbe, di grazia, ambiziosa, una strategia vecchia di almeno trent’anni, cioè un blando progressismo che si è esercita solo sui diritti civili, ma regressivo nei diritti sociali?

 

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