Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

LA CAPA E IL FEUDATARIO

marzo28

Boschi ministroPare che Maria Elena Boschi stia organizzando una sua corrente all’interno del PD. 

Oh, ma allora sta fiorendo un Boschi-pensiero, verrebbe da pensare. Cioè si sta delineando nella testolina di Maria Elena un approccio alternativo a quello di Renzi sulle priorità dell’agenda di governo, sull’organizzazione del partito, sulle alleanze, insomma su qualche tema.

E invece no. Neanche mezza parola sulla ragione politica per cui ci si dà da fare per costituire una corrente. E ci fosse un commentatore, uno, uno solo, che si chieda: “Ma che vorrà Maria Elena, non è d’accordo con il feeling tra Renzi e Verdini, non le piace come Renzi gestisce il partito, marca qualche dissenso sulle relazioni sindacali o cosa?”. Nulla. Evidentemente pensano tutti che sia normale che la più fedele esecutrice del programma renziano fondi una sua corrente.

Mentre si riporta come notiziona che gli aderenti a questa nuova cordata chiamano la Boschi “capa”. Me li immagino: mi ha chiamato la “capa, oggi ho sentito la “capa”, ti faccio sapere dopo che ho parlato con la “capa”. Questo è un programma! Si fa una corrente per far fare la “capa” alla Boschi. O meglio è la Boschi che fa una corrente per fare la “capa”.

E mi corre un brivido lungo la schiena perché vedo considerare normale ciò che invece è aberrante: un salto nel passato di almeno un secolo, quando il Parlamento non era luogo di conflitto tra progetti alternativi o mediazione tra progetti componibili, ma agone tra capifazione che non si scontravano sui programmi, ma sull’occupazione di spazi di potere.

Però la chiamano postdemocrazia, come se fosse uno sviluppo della democrazia, cioè sempre sulla stessa traiettoria di partecipazione dei governati alle scelte dei governanti, e invece è una torsione verso il passato, un ritorno alla solidarietà di partito fondata non sulla condivisione di un progetto, ma sulle categorie fedeltà/tradimento, che evocano il sistema feudale.

E così, mentre la “capa” raccoglie i vassalli intorno a sé, Renzi va a discutere di opere strategiche strutturali da implementare a Firenze con assessori e dirigenti del Comune, come se a Firenze non esistesse una giunta democraticamente eletta, ma fosse un villaggio feudale, con il suo borgomastro Nardella che chiede al principe il placet ai progetti per la sua città.

Ma ci dicono che dobbiamo scordarci del Novecento, in particolare della seconda metà del secolo, che è antiquariato con i suoi piani di decisione ordinati, al Comune ciò che attiene al Comune, alla Regione ciò che attiene alla Regione, al governo ciò che attiene al Governo, mentre evidentemente i feudatari che saltano i livelli e portano decisioni prese fuori da quei contesti e calate dall’alto rappresentano la frontiera più avanzata della modernità.

E ci vogliono anche convincere che è un grande progresso di civiltà politica l’affrancamento dalle ideologie del Novecento, quando si sceglieva un leader perché ci si riconosceva nelle sue idee e nella sua visione del futuro. 

Ok, ma se le idee e la visione del futuro sono anticaglie novecentesche, in base a che la Boschi è una “capa”?

 

I PENSIERINI DI ADRIANO ZACCAGNINI (SU FASSINA)

marzo19

FASSINA ROMAHo dovuto aggiungere nel titolo di questo post il riferimento a Fassina perché Fassina è popolare mentre Zaccagnini no. Altrimenti molti avrebbero pensato che stessi scrivendo del mio vicino di casa.

Adriano Zaccagnini, per i più che non lo conoscono, è un deputato eletto nel Movimento 5 Stelle, transitato in SEL e attualmente è nel comitato promotore di Sinistra Italiana.

Scrive sul suo sito un post di una decina di righe che riporto per intero dato che non c’è molto da riassumere: 

Le posizioni divergenti di Fassina e Marino non aiutano a creare una proposta di sinistra che si ponga come obiettivo governare la città. Senza primarie peraltro le auto candidature che rimangono in piedi sono del tutto autoreferenziali. Nella difficoltà della sfida elettorale a Roma buon senso vorrebbe che si cerchi di ricompattare il centrosinistra per fronteggiare i veri avversari, ovvero il ritorno della destra e di politiche che rischiano di incrementare le disuguaglianze. A questo punto sarebbe più utile costruire una lista di Sinistra a sostegno di Giachetti che possa sottolineare la presenza di forze politiche e culturali della sinistra romana consapevoli di cosa significhi la responsabilità del governo. Roma ne ha bisogno, ma bisogna che in molti facciano un passo indietro e si mettano al servizio del bene comune”.

Ovviamente sulla sua pagina FB si è riversata una marea di insulti.

Non mi interessa ribattere al suo post quanto evidenziare quello che è il vero nodo politico da sciogliere nella proposta politica di Sinistra Italiana: l’orientamento del ceto politico che vi ha aderito.

“Ceto politico” non è una espressione in assoluto negativa. Gramsci era ceto politico, Togliatti, Moro, Berlinguer e tanti altri di una generazione che non ha fatto niente altro nella vita, ma si è forgiata in anni e anni di studi e battaglie.

“Quel” ceto politico, proprio perché si era formato con grandi sacrifici personali, ma soprattutto perché aveva un popolo alle spalle, era capace di pensiero e di scelte coraggiose. 

Invece Sinistra Italiana sconta i limiti di una costituzione dettata dall’urgenza del precipitare della deriva postdemocratica del Paese. I delusi dal PD, gli astensionisti, i rifluiti nel privato chiedevano un segnale di vita della sinistra e coraggiosamente alcuni hanno raccolto l’appello dando vita ad un nuovo soggetto politico, ma senza avere a disposizione i tempi naturali per compattare un popolo chiamato a partecipare al progetto: si è fatto con quel po’ di ceto politico che passava il convento, quindi anche con Zaccagnini, il cui sforzo di concentrazione non distilla altro che dieci righe di “Mamma, le destre, mejo Giachetti”, cioè quello che dice il PD. E c’era bisogno di costituire Sinistra Italiana per questo vaste programme? Si chiedeva qualche posto in lista al PD e la si finiva lì.

Ma questo è il massimo che può esprimere un ceto politico senza popolo. E’ destinato a confondere la cultura di governo con lo strapuntino che può elargire il partito maggioritario, non solo e non sempre per meschino poltronismo, ma perché non ha altri riferimenti, attorno a sé ha il deserto.

Ecco perché è essenziale che Sinistra Italiana si ponga non tanto l’obiettivo di un allargamento “orizzontale”, per coinvolgere altri Zaccagnini, altri politici senza popolo affetti da coazione alla ricerca di seggi e assessorati, ma “verticale”, chiamando a raccolta i giovani, le donne, i lavoratori, gli svantaggiati, strada per strada, casa per casa e coinvolgendoli in un grande progetto democratico.

E’ questa la vera forza di un politico di sinistra, donne e uomini motivati a mobilitarsi per la difesa della democrazia e per i diritti sociali, non un posto di governo strappato con un accordicchio di vertice. Che ottiene invece l’effetto opposto, dite a Zaccdagnini: ha preso in considerazione la disaffezione dei militanti e degli elettori potenziali di Sinistra Italiana che non capirebbero un’operazione di così basso profilo? E non crede che questo si riverberi negativamente sul peso e forza politica dei “soccorritori rossi” di Giachetti? Non lo sfiora il dubbio di consegnarli in ostaggio al PD, irrilevanti ora e nei secoli a venire, come è destino di un ceto politico che parla a sé stesso e non al popolo?

O Zaccagnini spera nel buon cuore di Giachetti che gli faccia fare a piacere qualcosina di sinistra, perché “aricordate de li amici, t’ho portato quarche voto”? 

 

 

DICE SPERANZA

marzo14

Roberto_SperanzaDice Speranza che loro, la sinistra dem, non escono dal PD. Loro sono il PD.

Ma io sapevo che un partito si fonda su:

  1. una base sociale di riferimento:
  2. una ideologia coerente con la base di riferimento del partito;
  3. un’organizzazione.

Questa definizione di partito mi serve per sottoporre a verifica l’affermazione di Speranza.

A occhio e croce mi pare che Speranza o abbia sbagliato genere, numero e caso, o stia facendo coming out.

Infatti:

  1. da due anni gli studi dei flussi elettorali del Cattaneo di Bologna e tutti i principali istituti di sondaggi segnalano che nel PD si è verificato il più potente ricambio dell’elettorato della storia della Repubblica. Entrano gli ex elettori di Monti e di Forza Italia ed escono gli elettori di sinistra. Si deve presumere che anche la base sociale abbia subito una sensibile variazione;
  2. l’ideologia è quella di un partito liberista postdemocratico: per cancellare più rapidamente i diritti sociali il PD riforma le istituzioni in modo da comprimere la dialettica parlamentare. E’ riuscito nella mirabile impresa di attuare il programma della P2, Berlusconi non ancora ci riesce a credere;
  3. l’organizzazione è una federazione di bande che periodicamente si sottopongono all’ordalia delle primarie, che già di per sé è un rito prepolitico che contempla la scelta della classe dirigente non mediante libera discussione, ma facendo appello alla retorica e alla mozione degli effetti. Per di più non riescono ad ammantare le primarie nemmeno di uno straccetto di dignità e arrivano perfino ad imbrogliare sulle schede bianche. La discussione interna nel partito si limita a qualche riunione di direzione in diretta streaming per far assistere tutto il popolo italiano agli insulti di Renzi alla minoranza.

Ma Speranza dice che lui è il PD. Quindi le ipotesi sono 3:

a) non ci vede bene;

b) ci vede benissimo e si riconosce in 1, 2 e 3;

c) crede che la questione sia sono la leadership del partito e quindi un congresso potrebbe eliminare quanto vi è di distorto in 1, 2 e 3.

Se ricadiamo nei casi a) e b) non so che dirgli, buon pro gli faccia.

Se ricadiamo nel caso c) ci dica Speranza se crede veramente che modificazioni così profonde, estese, complesse e non reversibili che attengono alla natura del partito possano essere risolte con un congresso. Anzi, nemmeno con un congresso, perché lo statuto del partito contempla le primarie come strumento di contesa politica.  Cioè l’ordalia di cui si diceva sopra. 

 

 

MA D’ALEMA AVEVA PREVISTO TUTTO QUESTO?

marzo12

Lider MaximoForse non aveva previsto la traslazione del PD nell’area di destra, ma qualcosa di molto inquientante sì. D’Alema aveva detto mentre gli altri festeggiavano il tripudio della democrazia delle primarie che un partito che non si assume la responsabilità di proporre il suoi candidati, ma affida la scelta ai gazebo non è un partito serio. D’Alema aveva detto che non è sensato fondare un partito in cui si mette insieme un po’ di sensibilità ai diritti civili, un po’ di ecologismo, qualche richiamo generico ad una sinistra senza aggettivi e mischiare il tutto per farne un soggetto politico senza qualità. Tanto privo di contenuti da non poter essere chiamato che genericamente “democratico”.

Forse aveva preconizzato per quella creatura malaticcia un destino banale, di meteora che passa veloce in una fase confusa della storia, ma poi le cose si chiariscono e ognuno torna a fare il suo mestiere: la sinistra a fare la sinistra, la destra a fare la destra e il centro a fare il centro.

Non è andata così. Il PD non è stato un inutile esperimento che si svolgeva sotto l’osservazione scettica di D’Alema. Il PD è stato molto, ma molto peggio, ha incubato un mostro politico che in meno di due anni ha realizzato almeno 3/4 del programma P2 e la sua gestazione è avvenuta mentre D’Alema era in tutt’altre faccende affaccendato: immaginava riforme avviate da una sinistra finalmente al governo.

Come D’Alema potesse sperare di “fare cose di sinistra” solo azionando le leve di governo, mentre il “suo” popolo giocava ai gazebo, lo sa solo il Cielo. Mai nella storia ha avuto successo un  riformismo senza popolo e D’Alema, che non è un illuminista, lo sa bene. Ma ha coltivato questa illusione e l’ha spacciata ad una base militante cresciuta a “partito di lotta e di governo” e invecchiata a “partito di governo e basta”, diventata ingorda di vittorie e avara di battaglie, senza più voglia di discussione e partecipazione.

Ma poi, siamo tanto sicuri che avesse margini per agire altrimenti, che avesse la forza di opporsi al narcisismo di leader senza partito che chiedevano la legittimazione popolare delle primarie (senza fare nomi, Prodi, per esempio)?

E ora eccoci qui, a dividerci tra fan e detrattori di D’Alema. Non credo che la questione sia la sua assoluzione o la sua condanna per quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

Credo invece che D’Alema abbia il dovere di non fermarsi a metà della sua denuncia, di non tacere sui vizi originari del progetto dell’Ulivo e del PD, e soprattutto di non rimuovere passaggi al solo fine di cercare sponde nella sinistra PD: è inutile, e il coro imbarazzato che si è levato da quelle parti dopo la sua intervista lo dimostra. E’ una classe dirigente che non immagina un’avventura politica diversa da quella che ci ha condotto fin qui, se non per il piccolo dettaglio rappresentato da Renzi, come se Renzi fosse solo una brutta parentesi da chiudere in fretta. E’ una classe dirigente che non ha nessuna intenzione di intraprendere il duro lavoro di confrontarsi con il suo popolo originario, sa che ormai è fuggito e non tornerà più; sa che è stato soppiantato da altri riferimenti sociali e “realisticamente” si rivolge ai nuovi arrivati. 

Lasciali perdere, D’Alema, rimarranno nel PD “con tutti e due i piedi” e in perfetto equilibrio, non ti aiuteranno a dare una spallata a Renzi, potrebbero sbilanciarsi e cadere.

Il tuo tempo è finito, la sinistra PD non ti seguirà e anche fuori del PD nessuno ti cercherà.

Ma un favore alla sinistra e all’Italia puoi ancora farlo: dire fino in fondo dove tu e gli altri avete sbagliato. Sarebbe un  prezioso contributo per fugare le nebbie in cui anche la nuova sinistra che sta nascendo potrebbe finire.

E’ il favore che solo i grandi sanno fare. 

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