Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

PERCHE’ ADERISCO A “FUTURO A SINISTRA”/1

luglio26

FUTURO A SINISTRAQuesto post è il primo di una serie. Vorrei provare a spiegare “tera tera”, come si dice a Roma e come si addice a me, le ragioni che mi spingono ad aderire a “Futuro a Sinistra”. Sempre che mi assista la costanza.

Questo primo post potrebbe essere sottotitolato “Perché la democrazia o è organizzata o non è”.

Chiudiamo gli occhi e immaginiamo un Paese con due soli livelli: 1) le élites; 2) il popolo. 

In mezzo aria.

Come si comportano di istinto le élites? Pensano al potere che hanno nelle mani come Napoleone alla Corona Ferrea: “Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca”. Tendono a perpetuarsi, a consolidarsi in casta. Voi che fareste se foste un alto o basso papavero (vale per tutti i livelli)? Di fronte ad un tentativo di rimozione direste: “Prego, accomodatevi”? Può essere, ma bisognerebbe essere angelicamente disinteressati al potere, il che non è nella norma.

Per cui i 5 Stelle pongono un problema che non è campato per aria, anche se poi lo svolgono malissimo.

Il secondo corno di questo sistema è il popolo, dicevamo. Come lo si può rappresentare in questo schema élites/aria/popolo?

Come una somma di individui irrelati dove ognuno persegue il suo interesse, ossia si ingegna per vedere come può sfangarla. Ovviamente i più forti, furbi e spregiudicati la sfangano meglio, cioè sono più attrezzati a far valere i propri interessi. Perché il popolo, cioè i governati, non è un monolite, ci sono pezzi di società che mangiano un fetta più grande di Paese e pezzi che ne mangiano un fetta più piccola (e senza crema). Non solo, ma quelli che fanno scorpacciate di torta hanno mezzi e risorse per reclamarne di più. E la ottengono se la democrazia non è abbastanza forte e organizzata per dare voce anche a chi non ha potenti mezzi per rappresentare le proprie ragioni. 

E’ un problema anche per le élites, qualora si ponessero, anche se non si può matematicamente contare su questo slancio di generosità, il problema di governare bene, oltre a quello di conservarsi la poltrona. Una classe dirigente cieca ed autoreferenziale.

Perché qual è la bussola di orientamento per individuare i reali bisogni della società, se le élites affacciandosi al balcone vedono una folla indistinta? E’ chiaro che qualora vedessero qualcosa scorgerebbero solo i soggetti che spiccano, ossia i famosi poteri forti.

Bella prospettiva, eh? Eppure, nonostante la traiettoria disegni con abbastanza precisione dove andremo a parare, ci stiamo catapultando proprio in questo incubo. Dal quale poi ci si risveglia con i dolori, come la storia insegna (ma evidentemente non si fa capire bene).

Che c’entrano Fassina e “Futuro a Sinistra”? C’entrano perché “Futuro a Sinistra” è l’unico soggetto politico finora che ha posto chiaramente, o almeno ha posto con maggiore puntualità, il tema di come e perché riempire l’aria tra élites e popolo o governati. Cioè il tema della democrazia organizzata. Basta ascoltare il dibattito del 4 luglio al Palladium la cui registrazione è facilmente reperibile in rete.

Dibattito che spiega anche la fuoriuscita dal PD, la cui natura plebiscitaria (leader/elettori, senza democrazia di partito organizzata in mezzo, tweet senza feedback) pompa ancora di più aria in quello spazio che dovrebbe invece essere riempito di dibattito, opinioni e contributi a definire strategie.

E infatti ora rispunta il “patto con gli Italiani” per ridurre le tasse. Un altro tizio parlava di contratto, niente di nuovo sotto il sole. Italiani chi? Qualcuno ha chiamato gli Italiani a discutere in qualche sede appropriata su cosa comporta la riduzione delle tasse, che riflessi ha sullo stato sociale, che tipo di società prefigura e altre implicazioni? Il PD l’ha fatto con i propri iscritti e/o elettori, in modo da renderli consapevoli delle conseguenze di una riduzione fiscale che, posti i vincoli europei, che non mi sembrano essere messi in discussione da questo governo, non possono non produrre ulteriori tagli dei servizi? 

Perciò a cosa serve riempire quel vuoto tra élites e popolo/governati? A 2 fini:

1) al popolo, specialmente a quella frazione di popolo che ha bisogno di momenti e stanze dove farsi sentire e dove soprattutto riflettere su se stesso, sui suoi reali interessi, dove affinare la propria coscienza critica in modo da resistere alle distrazioni di massa che i media confezionano abilmente per sviare dai veri obiettivi. Possono essere i gazebo delle primarie questi momenti e stanze dove persone accomunate da uno stesso destino decidono la città futura, quella dove gli piacerebbe vivere? Possono essere quelle cabine dove versi 2 euro, omaggi del tuo voto il piacione/a o il tessitore di clientele, 5 minuti e via? O bisognerebbe darsi (meglio, ridarsi) organismi in grado di produrre discussioni e decisioni strutturate? E senza tagliare per la scorciatoia del decisionismo del leader: una decisione che ha passato il vaglio della mediazione incontra meno ostacoli nelle sua attuazione di quella imposta senza discussione, perché è condivisa;

2) alle classi dirigenti. Ci si lamenta da un lato della loro inefficienza e dall’altro della loro inamovibilità, del loro essere casta attenta solo ai propri interessi. E grazie!  Se l’articolazione del potere è leader/aria/popolo-governati chi dovrebbe ricambiare una classe dirigente cazzona, l’aria? Perché Berlusconi ci ha messo così tanto a schiodarsi dalla poltrona, nonostante fosse imbarazzante averlo come presidente del consiglio di fronte a tutto il pianeta? Perché non rispondeva a nessun partito in grado di dargli i classici 8 giorni! Senza gli occhi di donne e uomini che vagliano criticamente l’operato delle élites e lo correggono o, in ultima istanza, procedono alla rimozione, le classi dirigenti si rilassano e cadono in deliri di onnipotenza. Ovviamente non i passanti che si fermano ai gazebo delle primarie, ai quali nessuno dà titolo di intervenire nelle vicende interne di un partito (mi sbaglio? Avete prove contrarie?), ma uomini e donne legittimati da regole di partiti strutturati.

Altrimenti rassegnamoci ad essere governati inconsapevoli e in balia delle chimere mediatiche, nonché ad avere questi campioni di leader (di cui lamentarci al bar o su Twitter) che nessuno ha formato e che nessuno controlla.

L’appuntamento è ad ottobre per la costituzione di un nuovo soggetto politico che nasca con i presupposti giusti. La strada è lunga, ma chi ben comincia è a metà dell’opera.

GRAZIE LO STESSO

luglio13

ALEXISSarebbe stato bello, caro Alexis, se avessi vinto, tu, solo, contro i falchi e le colombe ignave che tubavano con quei rapaci.

Ma quello è un tavolo come nei film western, vince quello che tira fuori il revolver.

E potevi decidere solo come mandare il tuo popolo al massacro, se doveva morire di Grexit o di Troika, è meglio la peste o il colera?

Ma grazie lo stesso, Tsipras, ora tutti sanno che a quel tavolo si gioca con le carte truccate.

E non è poco, le battaglie sociali e per il progresso iniziano sempre con la presa di coscienza, con il fumo negli occhi non ci si pensa nemmeno.

E prima del NO-OXI di voi Greci l’Europa era tutta gonfia della retorica su se stessa, si parlava addosso del suo modello di civiltà, alternativo al paradigma anglosassone e a quello asiatico.

Per questo anche la sinistra la volle, fortissimamente volle, per creare un’area forte ispirata ai valori della solidarietà e sicurezza sociale, isola felice nel mare del capitalismo spietato.

E tu, Alexis, hai dimostrato che quell’ispirazione originaria era una chimera, perché si è presto piegata alla ragione spietata di quegli altri mondi. E non ammette altre ragioni. Perciò l’astio riversato sul referendum: la ricetta è solo una, l’ordoliberismo, è empio lasciare scegliere un Paese come se esistesse un’opzione diversa, no?

L’accordo che ti hanno costretto a firmare è una follia, lo sai anche tu. Io non so se ti hanno guardato in faccia quando ti sei tolto la giacca e hai detto: “Volete anche questa?”.

So però che questo episodio sarà riportato nei libri di storia, per la vergogna eterna di quelli che ti stavano togliendo la giacca.

E so che segnerà le nostre coscienze e che se le coscienze si svegliano non tutto è perduto.

So che il senso di ingiustizia che stiamo vivendo può mettere in moto un processo nella sinistra europea, può costituire le premesse per l’egemonia di un’altra sinistra rispetto a quella appiattita sul rigore e l’austerità.

Stanotte hai perso, ma hai seminato per spostare i rapporti di forza se una nuova sinistra saprà raccogliere.

E allora ne potremmo vedere delle belle, siamo solo all’inizio, potremmo fargli rimangiare quell’accordo.

Grazie, Tsipras.

LA DIGNITA’ DEI GRECI E DI TUTTI NOI

luglio11

DIGNITA'Riflettevo su tre eventi apparentemente scollegati che però mi hanno dato la stessa stretta alla bocca dello stomaco. E’ come se grattassero la stessa ferita.

1) Tsipras vince il referendum in Grecia, però per ottenere gli aiuti, o meglio per non essere sbattuto fuori dall’Euro, ha dovuto presentare una proposta di compromesso. Gli stessi che hanno “gufato” per la sua sconfitta ora lo irridono perché si sarebbe calato i pantaloni. Così non è, come commenta l’ottimo Giglioli su L’Espresso, ma questo è il tenore arrogante dei commenti;

2)  a Prato infermieri ed altro personale maltrattano poveri vecchi malati di Alzheimer picchiandoli e chiamandoli “mummie”;

3) un segretario di partito e un generale della Finanza si fanno amichevoli telefonate in cui l’allora Presidente del Consiglio viene definito “incapace” e si svelano piani per promuoverlo alla Presidenza della Repubblica. Mi domando quanto è “capace” da 1 a 10 chi vuole insediare come Capo dello Stato un “incapace”, ma non è questo il punto. Il punto è l’intollerabile dose di disprezzo che porta a dare giudizi così insolenti parlando con uno che, per la carica che ricopre, dovrebbe essere coinvolto in queste vicende. L’offesa non è nel giudizio, probabilmente Letta pensa cosa anche peggiori di Renzi. L’offesa sta nella leggerezza con cui si stroncano le persone, in questo caso durante una telefonata di auguri di compleanno. Non c’era bisogno di fare lo sbruffone, veramente un atto di arroganza gratuito.

Tre vicende ammantate dallo stesso velo di disgusto, quello provocato dalla vera cifra del nostro tempo: la progressiva estinzione del concetto di dignità.

Che poi si tratti di un giudizio ad un singolo o ad un popolo, di un’offesa morale o materiale, non cambia la sostanza, l’attacco è sempre alla dignità, a quella scintilla che brilla in ognuno di noi e che ci fa essere “degni” di traguardi sempre più luminosi di civiltà.

Ma è solo una questione morale o è una questione politica? No, non è solo una questione morale, è anche una questione politica.

Se fosse solo una questione morale il Papa si limiterebbe a fare la predica e a richiamare le pecorelle arroganti.

E invece anche lui punta il dito contro la pervasività del mercato, che come il blob si espande su tutte le cose e soffoca quelle che non c’entrano con la sua razionalità.

Perché il mercato è misura, prezzo. E la dignità non ha prezzo, è “fuori mercato”. Finché il mercato le lascia il suo spazio vitale, come agli animali nelle foreste.

Ma se il mercato invade tutto le cose senza prezzo si estinguono, come le povere bestie private del proprio habitat.

Perciò si possono offendere le persone, si possono strattonare i poveri vecchi, si può ridurre alla fame e irridere un popolo senza il richiamo della coscienza, altra cosuccia fuori mercato.

Dipende solo dai rapporti di forza se puoi maltrattare corpi o anime, i mercati funzionano in base ai rapporti di forza, eggià.

Ma c’è una roba che è al di sopra dei mercati e perciò questi tentano di oscurarla. Si chiama “bene comune”. Nonè solo l’acqua, è tutto quello che serve al progredire della civiltà. Compresa la difesa della dignità umana.

Da lì la sinistra deve ripartire.

 

E C’E’ CHI SCENDE DAL CARRO

luglio6

FASSINAOLTREILPDQuando la politica non ha niente da dire è capace di una sola operazione: il salto sul carro.

Se non ha pensiero, non elabora, non immagina mondi futuri la sua unica preoccupazione è piazzarsi sulle poltrone.

Per twittare da lì la sua impotenza.

E’ il gioco di società del socialismo europeo, che snatura i suoi programmi fino a rubare il voto dei più convinti antisocialisti per entrare nella stanza dei bottoni e pigiare gli stessi, e nello stesso ordine, pulsanti delle destre.

Questo come azione aggregata, a livello di partiti o di coalizioni, e di singoli, che non potendosi impegnare in un progetto, che non c’è, si arrampicano e si accomodano sul carro del vincitore.

Non ci sono appelli morali da fare, la caduta di tensione etica non è mai la causa, è l’effetto.

E’ che non c’è altro da fare se impera il pensiero politico unipolare che elimina il conflitto tra destra e sinistra. C’è solo da occupare poltrone, non c’è da organizzare la rappresentanza, non c’è da dare ascolto alla società, non c’è da elaborare pensiero.

Ti accorgi che qualcosa sta cambiando quando qualcuno coraggiosamente inizia a scendere dal carro del vincitore o rinuncia a ruolo e prestigio. O perché quel carro non sta andando nella direzione giusta, come Stefano Fassina, o perché è necessario al bene del Paese, come Varoufakis.

E quei gesti ti riconciliano con la politica non solo perché sono nobili sacrifici (anche quello di Fassina, sissignore, la sua strada è tutta in salita), ma soprattutto perché vuol dire che la politica si è rimessa in moto ed inizia ad uscire dal circuito chiuso delle poltrone da riscaldare.

Vuol dire che qualcuno sta cercando l’interpretazione vera dell’espressione “Sinistra di governo” che è insieme direzione del Paese (sulle poltrone, eggià) e organizzazione della democrazia e rappresentanza del popolo democratico di sinistra (in piedi, nei posti di lavoro e nei territori).

Vuol dire che a qualcuno non interessa lo scranno fine a se stesso, ma l’elaborazione di un progetto collettivo che poi deve portare allo scranno, ma intanto c’è da camminare insieme, c’è da pensare insieme quale futuro vogliamo. 

Vuol dire che finalmente si esce dalla palude del pensiero unico, che impantana la politica nella guerra per il potere, e si inizia a scrivere un’altra storia.

Sabato e domenica mi sono riconciliata con la politica.

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