Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

QUALE NARRAZIONE

febbraio19

CANTIERE APERTOCaro Cuperlo, so che sabato 21 febbraio ci sarà un’assemblea a Roma di Campo Aperto.

Io non ci sarò. Tanti come me non ci saranno. Ci siamo tenuti abbarbicati al PD come ad un pianta, perfino troppo, fino al momento in cui ci siamo persuasi che non è più un partito “contendibile”, per dirla alla D’Alema. Poi abbiamo lasciato il ramo.

Ora siamo in una terra di nessuno, non è una bella condizione né politica, né esistenziale, ma almeno siamo estranei alla “narrazione” che Renzi ha proposto nell’ultima direzione.

Perché, vedi, Gianni, la questione non è che ci scandalizziamo che si parli di narrazione.

La narrazione è parte integrante dell’essere umano e delle comunità, è un bisogno insopprimibile. Nasce con l’uomo, dai tempi cacciatori intorno al fuoco nella caverna. Da sempre gli uomini hanno ammantato di narrazioni le azioni, vuoi per giustificarle, vuoi per amplificarle. Quindi non discutiamo più di tanto l’enfasi che vi ha posto Renzi.

Quello che non abbiamo sentito dire da Renzi, perché non lo può dire, è che se è vero che l’uomo ha bisogno di raccontare storie è anche vero che le storie hanno bisogno di essere raccontate. Altrimenti muoiono, si estinguono. E ci sono storie che Renzi non è interessato a raccontare: le storie che hanno fatto parte del patrimonio della sinistra, quelle che raccontano la dignità, l’uguaglianza, la solidarietà.   E pur di escluderle dall’antologia politica italiana le ha diluite nella retorica del Partito della Nazione, cioè in un coro monotono che canta velocità, innovazione, efficienza e riforme.

Lì risiede il problema della concetto di comunicazione che ha Renzi: non nella sopravvalutazione, ma nella sua insignificanza perché appiattita sull’onda del momento: Tsipras stravince? E allora “una faccia, una razza”; Varoufakis punta i piedi? E allora si raffredda l’entusiasmo.

Ma lì risiede anche il problema della comunicazione della sinistra PD: dietro ogni atto di comunicazione c’è un gesto capace di generare una retorica. Se il gesto non c’è ne consegue l’afasia.

Perciò, Cuperlo, io vorrei che tu sabato, all’iniziativa di Campo Aperto, ricominciassi a raccontare le nostre storie, quelle che stanno raccontando Tsipras e Varoufakis in queste ore, storie di un popolo che si alza in piedi e non accetta di farsi umiliare, storie di vicinanza agli ultimi. Storie di socialismo.

Perché sono storie che hanno bisogno di essere raccontate. Stanno morendo.

L’ANNUNCIO DI BATTAGLIE CHE POI NON VENGONO MAI

febbraio14

BERSANI SCONFITTOSiparietto alla buvette della Camera. Fratoianni: “Se resta la seduta non stop, noi non cambiamo atteggiamento. E ricordate che state votando la Costituzione come meno di 315 deputati, meno della metà…”. “Capisco…”, abbassa la testa Bersani.

Io no.

Perché la tua ditta, come ami chiamarla, e lasciamo perdere per carità, o la difendi o, se è indifendibile, dai battaglia per invertirne la rotta.

Il limbo nebbioso che sta nel mezzo non è una posizione politica, è sedersi alla riva del fiume sperando che non passino cadaveri, perché saranno salme indistinte, di renziani e non.

Il PD si sta intestando questa riforma in arrogante solitudine a colpi di canguri, tagliole, sedute fiume e tutti quegli artifici regolamentari che possono essere utili in caso di provvedimenti urgenti, sempre se adottati in caso di assoluta necessità e con parsimonia.

Ma mai per le riforme costituzionali, altrimenti perché i Costituenti hanno previsto la doppia lettura? Per infliggere perfidamente una ridondanza nel percorso riformatore?

Ed è il PD “totus” che si sta assumendo questa responsabilità, senza distinzioni tra maggioranza e minoranza, alla quale viene lasciato l’umiliante oltre che inutile compito da bidelli di richiamare i ragazzacci dentro l’aula.

Perciò non capisco il masochismo di non prendere nemmeno in considerazione l’ipotesi di divincolarsi dall’abbraccio mortale di Renzi: niente resterà impunito, si sa, e quando verrà chiesto il conto di questo scempio la sinistra PD non potrà accampare dissociazioni, se non a chiacchiere.

E mentre la minoranza PD si perde nei labirinti della dialettica parlamentare e nelle trattative, puntualmente stoppate da Renzi, fuori c’è un popolo disamorato che non si ritessera e non va più a votare.

Un popolo che non è neanche minimamente interessato ai calcoli d’aula sul momento più opportuno per dare un colpetto a Renzi o all’unità della ditta. Aspetta il cuore che viene lanciato altre l’ostacolo per raccoglierlo. Aspetta un atto concreto, uno NO deciso, dopo tanti annunci di battaglie che poi non vengono mai.

“Capisco”, abbassa la testa Bersani, è un invito rassegnato a questo popolo a rompere definitivamente le righe, a sparpagliarsi in mille derive.

Poi di sinistra in Italia non si sentirà più parlare. E la colpa non sarà stata tutta di Renzi.

LA MOLLA DELLE MUTANDE

febbraio4

PATTO NAZARENOTutte le testate titolano sulla rottura del Patto del Nazareno. Eccerto, riprendono le dichiarazioni di Toti (“Per noi il Patto del Nazareno è rotto”), di Orfini (“Senza FI diventa più facile fare riforme”), della Serracchiani (“Meglio così”), ecc. ecc.

E’ divertentissimo. Cioè un accordo che ha premesso di avviare lo stravolgimento della Costituzione e la quasi approvazione, salvo un miracolo, della legge elettorale più grottesca dell’Occidente viene liquidato con battute goliardiche.

E senza sottolineare che la maggioranza risicata al Senato imporrebbe a Renzi di stravolgere completamente il suo modus operandi, cioè dovrebbe imparare a rispettare la dialettica interna del partito, mediare con gli alleati, restituire un ruolo al Parlamento, dato che non lo potrebbe più umiliare ponendo un giorno sì e l’altro pure la questione di fiducia senza rischiare di andare sotto, come si dice in gergo parlamentare.

Dopo un terremoto del genere uno si aspetta di vedere qualche segno di tensione e apprensione sulla faccia di Renzi. E invece ha la solita faccia, quella che si ostina a non coprire con i boxer.

Perché? Perché, a dispetto delle dietrologie sul Patto del Nazareno, che qualcuno ipotizzava addirittura scritto e asseverato, si tratta di un accordo che è, a proposito di indumenti intimi, come la molla delle mutande.

Prevedeva un Presidente della Repubblica condiviso? Ma sicuramente sì. E infatti perché Renzi all’inizio era orientato a tirare fuori il nome solo prima della quarta votazione? Perché era in attesa dell’accordo con Berlusconi, il cui apporto di voti bastava ed avanzava con il quorum abbassato.

Poi però è stato necessario bruciare sul tempo qualche candidatura sgradita, per la precisione quella di Prodi, che avrebbe potuto coagulare sul suo nome un po’ di voti già dalla prima votazione: sinistra PD, SEL e chissà un po’ di grillini. Gran casino! E poi come faceva Renzi a non accodarsi alla cordata prodiana? Sarebbe stato un po’ come mettere la firma sulla vergogna dei 101.

E allora perché non accettare il suggerimento del probo Bersani, che gli ha proposto una candidatura con la quale avrebbe rimediato un figurone? Una tiratina alla molla delle mutande, con buona pace di Berlusconi, tanto le mutande sono larghe e non c’è dentro solo il Colle.

Sono mutande larghe, ci sono dentro interessi patrimoniali del padrone dell’altra “ditta”, del suo (di Renzi o di Berlusconi fate voi, è indifferente) compare Verdini, ci sono le aspettative di un blocco sociale di riferimento che ormai è lo stesso per FI e PD, c’è la depenalizzazione del 3% dei reati fiscali che interessa a Berlusconi e a parecchia altra fauna dell’estabilishment economico, c’è da continuare la flessibilizzazione del mercato del lavoro, lo Jobs Act è solo l’inizio, c’è troppa roba per non continuare come e più di prima.

E infatti Toti si è affrettato ad aggiungere al roboante annuncio della rottura del Patto del Nazareno la più morbida dichiarazione che l’opposizione sarà responsabile. Il che significa che questo senso di responsabilità sarà recuperato ogni volta che si marcerà nel perimetro del Patto, che è abbastanza largo.

Pazienza, si ridarà un’altra strizzatina alla molla delle mutande, questa volta con buona pace della sinistra PD.


befana

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