Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

LA MEDIAZIONE IMPOSSIBILE

settembre27

RENZI MARCHIONNELeggo esterrefatta: la minoranza PD tenta una possibile mediazione, cioè alzare a 4 o 5 anni la soglia del reitegro per i licenziamenti discriminatori (cioè l’ultimo brandello rimasto dell’art. 18 dopo le modifiche di due anni fa) e la maggioranza risponde con una presa per i fondelli, cioè che se ne può parlare dopo 10 anni.

Provo a sbloccare io la situazione: il reintegro a 40 anni così al momento di andare in pensione si viene reitegrati e si risolve anche il problema dell’innalzamento dell’età pensionabile.

Che la minoranza PD si muova secondo il principio che si debba fare il possibile per migliorare un norma che altrimenti, dati i rapporti di forza, sarebbe approvata comunque e nella sua formulazione peggiore è comprensibile, ma non credo che Renzi voglia concedere più di qualche ritocco risibile. Solo per civetteria, tanto per offrire uno spunto ai suoi pretoriani del web di twittare che il PD è un partito plurale. Oramai dovrebbe essere chiaro a tutti che incredibile testa (ometto il complemento di specificazione) è.

Ma almeno noi, che vorremmo tornare ad essere elettori e magari iscritti del PD, possiamo denunciare la demenzialità di un compromesso sulla base degli anni di anzianità occorrenti per far scattare questa tutela?

Perché nella sua formulazione ristretta dopo la riforma di due anni fa i licenziamenti discriminatori dovevano essere vietati anche nelle imprese sotto i 15 dipendenti, per la misera! Mina la competitività delle imprese prevedere che un lavoratore non possa subire ingiustizie? E allora la tutela deve essere universale, senza distinzioni per classi di imprese e anzianità di servizio!

Ma non credo che a questo punto importi qualcosa, visto che la direzione del PD, cioè il luogo in cui dovrebbe trovare composizione la querelle, è ormai ridotta ad un ring di pugilato per suonare la minoranza PD. E inoltre Renzi ha un’altra impellenza oltre a quella di sterminare i cosiddetti (secondo il suo fine vocabolario) gufi: fare i compiti in Europa.

Perché al netto di tutta la retorica muscolare nei confronti dell’Europa, e non prendo ordini da Bruxelles, e l’Europa è bloccata, e serve una visione per il futuro, tutte enunciazioni che servono solo ad irretire i parteners europei senza portare uno straccio di risultato, la sintesi del rapporto tra Matteo e l’Europa è: vedere riforme e poi, forse, flessibilità. Cioè la miserabile promessa di flessibilità, quando ormai dovrebbe essere evidente che invece urgono misure per la crescita, e pure condizionata.

E siccome le riforme non sono neutre, al contrario di quanto mistifica la narrazione nuovista, ma hanno sempre un segno, qual è il segno che pretende l’Europa? Abbassare il costo del lavoro. Perciò una riforma del lavoro accettabile da presentare ai falchi europei deve comprimere i diritti, marginalizzare i sindacati per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e mettere questi gli uni contro gli altri. E questo è il Jobs act. Solo Ichino può credere che veramente porti ad universalizzare gli ammortizzatori sociali perché evidentemente non sa fare le moltiplicazioni e non si rende conto quanto fa il prodotto tra il sussidio di un disoccupato per il numero dei potenziali fruitori. E infatti di discutere della riforma del lavoro congiuntamente alla legge di stabilità non se ne parla nemmeno, contrariamente ad ogni logica, se no si scopre la fregatura, ovvio.

E’ questa la strategia abborracciata di Renzi, talmente abborracciata che l’hanno capita tutti, pure la parte di poteri che l’ha sostenuto contro altri poteri (perché anche quel mondo che riassumiamo semplicisticamente nella formula misteriosa “poteri forti” non è monolitico e pure da quelle parti c’è una catena alimentare).

La parte più in affanno di lor signori aveva evidentemente sperato nell’intraprendente rottamatore per rivitalizzare la palude dell’economia, ma a semestre europeo inoltrato è entrata in fibrillazione di fronte al flop e mostra evidenti segni di nervosismo.

E perciò qui arriviamo ad un altro equivoco in cui la sinistra PD non deve cadere: Renzi non è il cavaliere senza macchia e senza paura che lotta contro i poteri forti. Ma de che? E le marchette reciproche tra Renzi e Marchionne in America? Da quelle parti si sta giocando una partita e Renzi rimane l’alfiere di alcuni interessi in gioco, fino a quando non verrà definitivamente scaricato da tutti.

E vogliamo abboccare come trote ad un editoriale del Corriere della Sera prevedibilmente sfruttato dalla comunicazione renziana come prova della coraggiosa autonomia di Renzi dai poteri forti?

Perciò lunedì in direzione la sinistra PD comunque perderà, ma con un accordo al ribasso perderà di più. Ma non sarà un problema: si faccia la battaglia in Parlamento senza sensi di colpa.

ABOLIRE LO STIPENDIO

settembre19

INCAZZATURARicapitoliamo: in Italia si può licenziare. Non avete mai visto un licenziamento? Siete fortunati, purtroppo esistono sia i licenziamenti che i licenziati. Infatti l’art. 18 come riformato dalla Fornero prevede i licenziamenti per ragioni economiche e disciplinari. Quello che non è consentito, ma ci mancherebbe altro, è il licenziamento discriminatorio. Cioè licenziare uno perché fa attività sindacale. O perché non vota come dice il padrone. O semplicemente perché sta sulle balle.
Di grazia, mi spiegate perché il divieto di licenziare arbitrariamente è di freno all’occupazione e alla crescita delle imprese? Perché gli imprenditori non riescono ad essere competitivi se non si comportano come feudatari? Perché se non hanno tutti i dipendenti che fanno a gara a chi è più ruffiano non si concentrano nelle strategie di impresa?
Ma che questo sia motivo di scontro con le destre direi che è normale.
Quello che non è normale, ma ormai niente lo è più in italia, è che un governo a trazione PD, che ha come premier il segretario del PD, voglia eliminare come fosse un odioso privilegio anche l’ultimo brandello rimasto dell’art. 18. E senza tante storie, addirittura con decreto.
E quello che è ancora di più paradossale, ma ormai l’Italia è la mamma dei paradossi, è la flebile opposizione della sedicente ala più a sinistra del PD, ovvero i Giovani Turchi, cioè quelli che si differenziano perché non sono in cerca di poltrone, ma di ottomane, che, invece di tirare fuori, le scimitarre esorta Renzi a non voler passare alla storia, dopo le miribolanti operazioni di sinistra portate a termine (parlano della riesumazione delle feste de L’Unità?) come il giovane Monti. Dài, stavi tanto bene con la camicia bianca, non vorrai tornare al doppiopetto! (Vediamo se riusciamo almeno a non farci prendere a ceffoni, se ci va bene ci dà le pacche sulle spalle).
E questa la chiamano battaglia politica!
La battaglia politica, dalle mie parti, è non votare questa schifezza e spiegare ai lavoratori abbagliati dalla camicia bianca di Renzi che se passa questa riforma è in gioco la libertà sui luoghi di lavoro perché saranno ridotti a caserme dove chi fiata viene licenziato. E non c’entra niente la crescita dell’occupazione: non è che nei lager si assume di più, se il lavoro non c’è.
La battaglia politica è, sempre dalle mie parti, sfatare la leggenda metropolitana che l’art. 18 è un feticcio ideologico: è un presidio di civiltà! E’ il pilastro dello Statuto dei lavoratori: se il dipendente deve stare attento a non cadere sulle balle dell’imprenditore vengono a cadere tutte le altre garanzie che vi sono previste, dato che il lavoratore non può muoversi liberamente per farle operare.
PS: se la sinistra ritiene un privilegio inaccettabile l’art. 18, la destra che dovrebbe fare? Abolire l’abominio dello stipendio?

PUOI IMBROGLIARE ECC. ECC.

settembre13

RENZI CROLLO FIDUCIA“Puoi imbrogliare tutti per una sola volta o uno solo per sempre, ma non tutti per sempre”: aforisma attribuito a Lincoln, Churchill e mi pare pure ad altri, non importa, se un concetto è lapalissiano viaggia di citazione in citazione.

Ilvo Diamanti ha pubblicato su Repubblica un sondaggio che dà Renzi in calo di 14 punti, cioè dal 74 al 60, in soli due mesi. I sondaggi valgono quello che valgono, ma 14 punti sono davvero tanti, mettiamoci pure la tara, come si dice dalle mie parti, ma è indubbio che qualcosa sta incominciando ad andare storto nel rapporto tra Renzi e il Paese.

D’accordo, il PD rimane nelle intenzioni il 41%. Ma quella porzione di base PD usa ad obbedir tacendo pur non condividendo Renzi non si schermava dietro l’illusione “Con REnzi si vince, che ci vuoi fare”? Ecco, sarebbe ora che si alzasse da quel comodo divano. Almeno iniziasse a stiracchiarsi.

Diamanti e Giuseppe Musmarra sull’ Huffington Post danno la colpa alla “narrazione”. In parte è vero: è stucchevole tutto quel rampantismo in un paese stremato dalla crisi e a volte pure imbarazzante. Soprattutto se prometti, ma non realizzi. E non importa se non è colpa tua, non dovevi promettere o promettere solo quello che è certo che realizzerai. Puoi imbrogliare ecc. ecc., appunto.

Ma il problema di Renzi non è solo la narrazione o il ritardo negli obiettivi: è l’ambiguità nella direzione nelle riforme. Le riforme si fanno nell’interesse di tutto il paese, ma non sono neutre, avvantaggiano e ridimensionano sempre qualcuno. Chi si propone un programma riformatore deve sempre avere un blocco sociale di riferimento e ha gli occhi rivolto a quel popolo quando vi mette mano. Poi media, concerta, fa compromessi, ma parte sempre da lì. E perciò quel popolo gli accorda fiducia e non gliela ritira di 14 punti in soli due mesi.

Renzi non fa mistero di fottersene di quel popolo nell’orbita della sinistra, l’ha sempre detto esplicitamente che guarda anche al popolo di destra per allargare i consensi. E non si pone il problema di trovarsi di fronte ad interessi confliggenti.

E’ storia vecchia. Diceva Berlinguer del PSI: “Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto vecchie etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, con i deleteri modi di governare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese”.

Togliamo a queste parole il senso contingente legato a quel quadro politico. Cosa ne rimane? Rimane la verità che i voti si chiedono su un progetto di società che non può piacere a chiunque. E da quel presupposto forte si lavora per allargare il consenso.

Renzi ha voluto fare i fuochi d’artificio. Ma dopo lo sparo, come si dice dalle mie parti, finisce la festa.

D’ALEMA CONTRO ZORRO

settembre3

ZORROOggi D’Alema, che già ieri aveva sparato ad altezza d’uomo su Renzi e sul governo, ha rincarato la dose, presumibilmente in risposta alle batterie dei pasdaran renziani scatenati su Facebook, su twitter e ovunque ci si può sfogare impunemente.

Non importa quello che ha detto: ha detto quello che pensa da sempre di Renzi. Cosa volete che pensi uno del calibro di D’Alema di un capo di governo che rilascia un’intervista al Sole24Ore brandendo una spada come Zorro?

Il problema è che ha aspettato sei mesi per dirlo con quei toni.

Per sei mesi ha guardato la “risorsa” con un sorrisino sotto i baffi, mentre Renzi non ne infilava una, come finalmente i media hanno incominciato a riconoscere (e il Sole24Ore oggi gliel’ha pure detto in faccia), e trasformava il partito in una riserva di caccia al gufo. Il che, per uno come D’Alema, è molto grave, gravissimo: un segretario di partito deve unire, non istigare le risse. Immagino i rospi che ha dovuto ingoiare.

D’accordo, in politica capita spesso di ingoiare rospi. Il problema è capire quando sono talmente grossi che rischiano di strozzarti.

E quello è stato l’errore di valutazione di D’Alema, non li ha pesati.

Probabilmente ha pensato che l’inconsistenza di Renzi avrebbe prima o poi costretto a ripescare dalla rottamazione una classe dirigente che sappia almeno di cosa tratti la politica e non la confonda con i romanzi di cappa e spada.

Ma è stato un errore dalle terribili conseguenze, la più atroce di tutte è proprio quella che lamenta lui stesso: “I partiti fondati sul culto della personalità, sulla fedeltà al capo, nei quali si ha paura di dire le cose, sono partiti che funzionano male. Mi piacerebbe che ci fosse un partito in cui si possa discutere e trovare insieme le soluzioni ai problemi del paese”.

Questo ormai è un partito che non ha paura di dire le cose: non le pensa nemmeno. Tutto ripiegato sulla celebrazione del capo, vi dovesse scappare di dire che un leader politico le interviste le deve rilasciare seduto composto su una sedia, e non facendo l’imitazione di D’Artagnan, mi raccomando.

Un partito che proviene da una vivace tradizione di confronti e anche scontri ridotto al conformismo più piatto, che non fa una piega nemmeno quando si annunciano tagli alla spesa pubblica di 20 miliardi, presumibilmente con la sciabola.

Piacerebbe anche a me un partito in cui ci sia dialettica, caro D’Alema, ma la minoranza PD doveva innescarla subito, senza lasciarsi intimorire né dalla larga vittoria di Renzi alle primarie, né dal suo 40% alle elezione europee nelle more di tempi migliori: il tempo che passa in attesa di rapporti di forza più favorevoli non è neutro, nel frattempo il disimpegno di autorevoli figure alternative asseconda il conformismo della base, quella che “il segretario si sostiene sempre”, anche se fino a cinque minuti prima della chiusura dei seggi delle primarie gli aveva detto peste e corna.

Perciò non ti devi stupire se la base che fa riferimento a te ha accolto la tua denuncia con un silenzio stupito: ha qualche difficoltà a cancellare i post in cui esaltava la “risorsa” e liquidava Letta “Sì vabbè, ma è lento, non si vedono i risultati” seguendo le sommesse parole d’ordine della minoranza PD.

Forse se la sinistra PD non avesse dato le chiavi del partito a Renzi senza nemmeno farsi una copia, caro D’Alema, il PD avrebbe vinto ugualmente alle elezioni, e l’assetto in Europa non sarebbe stato diverso, anche con qualche voto in meno, visto che anche con il 40% del PD la Merkel l’ha fatta ugualmente da padrona. Ma avremmo un partito un po’ più vivibile. Insomma un po’ più simile a quello che piacerebbe a te.


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