Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

MIN-COOL-POP

giugno30

GALLI DELLA LOGGIAMentre procede l’operazione “Scempio Costituzione” che regalerà poteri mai sognati prima a chi riesce a farsi votare dal 25% degli elettori (cioè governa, controlla il Parlamento, elegge il Presidente della Repubblica e gli altri organi di garanzia e se ci sa fare nomina pure gli amministratori di condominio) Ernesto Galli della Loggia si premura pure di dare consigli a Renzi su come consolidare il potere, come se ne avesse bisogno.

Insomma gli spiega che non si governa solo nelle istituzioni, ma occorre anche radicare il consenso nella società ed evitare che pezzi interi remino contro.

Che per governare occorra il consenso dei governati è noto al pensiero politico, e pure ai governanti, da secoli, lo sapevano bene pure gli antichi romani, ma questa consapevolezza è stata declinata con strumenti più o meno democratici.

Ovviamente Galli della Loggia ha scelto dal mazzo il sistema di creazione del consenso meno democratico e più paraculo.

Cioè non invita Renzi a promuovere il consenso partecipato dei cittadini, non ci pensa nemmeno. Perché questa prassi democratica, che si chiama concertazione, presuppone corpi intermedi forti e strutturati, da invitare intorno a tavoli in cui si ricerca la soluzione migliore per tutti. Una soluzione che si è contribuito a ricercare e quindi è condivisa, per cui la riforma che ne viene fuori ha buone probabilità di successo perché riceve la fattiva collaborazione della società.

Secondo questo approccio i corpi intermedi della società, cioè partiti, sindacati, insomma tutti gli organismi scelti dai cittadini per organizzare la loro partecipazione democratica, sono risorse, non rotture di balle.

Invece Ernesto Galli della Loggia li trova più molesti della classica sabbia nelle mutande e quindi Renzi facesse come se non ci fossero nel frattempo che si completa la loro demolizione e ciascun cittadino resta solo con i suoi bisogni e le sue aspettative, casomai li esporrà in un tweet.

Ma allora come si fa a consolidare il consenso? Perché si intuisce che Galli della Loggia è preoccupato: i 40%, nelle società liquide che lui vorrebbe ancora più liquide, così come arrivano se ne vanno.

E allora come si fa? Ma c’è tutto l’apparato dell’esecutivo, se no che ci sta a fare? A timbrare le carte? C’è la pubblica istruzione, ci sono i beni culturali, ci sono pure Cinecittà e la Rai. Ci sarebbe l’irrilevante dettaglio che queste ultime due non sono del governo, ma siccome la lottizzazione della Rai è esecrabile passiamo all’occupazione, che per Galli della Loggia è molto più decente.

Poi, ma a questo Galli della Loggia non ci è arrivato, lo suggerisco io, per coordinare meglio questa operazione ed evitare sovrapposizioni di competenze, si può riunire tutto questo apparato in un unico organismo, che si potrebbe chiamare Min-cool-pop.

Insomma tutte queste robe insieme dovrebbero intonare una nuova narrazione dell’Italia, cool e smart, che dia speranza, fiducia ed entusiasmo per le riforme Renzi-Berlusconi.

E quindi si dia finalmente avvio all’Italia postideologica, ma narrante, perché le ideologie fanno discutere e quindi perdere tempo, mentre la narrazione è unica per tutti e non ci avveleniamo il sangue con la dialettica.

Manca una cosa, neanche a questo Galli della Loggia ha pensato, che secondo me è una figata: si prende uno bravo, tipo Virgilio, gli si fa scrivere la Renzeide e ci facciamo gli spettacoli alle feste de L’Unità.

NICHILISMO O RENITENZA ALLA LEVA?

giugno21

RIUNIONI PDScrive Onofrio Romano su Micromega: <<Durante le primarie del 2012 per la leadership del centrosinistra, mi è capitato di assistere ad un incontro – non tra i militanti stretti, ma addirittura rivolto ad un pubblico in gran parte esterno al Pd – in cui un autorevolissimo esponente della squadra bersaniana ha definito così il principale avversario: “Renzi è un tumore”. Testuale. Il gelo è piombato sull’uditorio. Persino al sottoscritto – anti-renziano sfegatato – la definizione è apparsa un pugno nello stomaco, un’uscita a dir poco imbarazzante. Ma l’implacabile oratore è riuscito a dimostrare inequivocabilmente che si trattava di una semplice descrizione “tecnica” del concorrente. Non inerente alla qualità della persona, bensì legata a processi storico-politici di lunga lena nella vicenda italiana. Non averne consapevolezza era una forma d’irresponsabilità rispetto al senso supremo della sfida in corso. Comme d’habitude, l’iniziale imbarazzo silenzioso mi si è trasformato in una misera ingenuità da anima bella. L’emissario romano aveva indiscutibilmente ragione! Oggi, gli stessi (esattamente gli stessi) che fino a poco più di un anno fa spargevano simili epiteti in giro per l’Italia, sono impegnati in prima linea, coltello in bocca, a spianare la strada a Renzi. E gli argomenti per l’impresa sono granitici quanto quelli che consentivano di definirlo un “tumore”. E’ possibile immaginare che un partito e un paese si possano salvare promuovendo al loro interno lo sviluppo di un’entità tumorale? Certo che sì. E chi non lo capisce è un povero cretino>>.

Io sono tra i poveri cretini e quindi mi chiedo: “Come si può?!?!?!?”

Non dico a restare nello stesso partito (evidentemente è perché ritieni di avere i margini di estirpare il tumore).

Mi riferisco al triplo salto mortale dalla definizione di “tumore” a “tutta salute”.

Anzi, i renziani della prima ora magari ogni tanto azzardano un “Oggi siamo un po’ palliducci”, quelli di cui parla Onofrio Romano neanche un brufoletto.

Onofrio Romano si dà una risposta, questa: .

Una sorta di rivisitazione del motto decoubertiniano per cui l’importante non è vincere, è ritirare i premi.

Insomma piazzarsi dove si crede di poter ottenere anche qualche briciola. Infatti! Sulla qualità delle salsicce alle feste de L’Unità (e purtroppo lo scrivo senza ironia).

Ma non fateci credere che questa sia una nobile causa, per favore.

Non è altro che la malattia che si portano dietro come tara genetica le classi dirigenti italiane, come le case regnanti europee si tramettevano di generazione in generazione l’emofilia.

E siccome il PD non viene da Marte le sue classi dirigenti ne soffrono come tutte le élites del nostro Paese.

Si chiama renitenza alla leva. Mai dare dare battaglia, costa fatiche e perdite.

Le classi dirigenti italiane osservano il corso degli eventi dalla collina e quando hanno chiara la direzione scendono a valle e si mettono alla testa del movimento senza provare a deviarlo. L’hanno fatto quasi sempre, nel Risorgimento, nel periodo postunitario, durante il fascismo e oggi. C’è del nichilismo, come dice giustamente Romano, ma c’è anche del fatalismo.

C’è stato solo un momento di riscatto, troppo breve rispetto a secoli di storia: la prima fase dell’Italia repubblicana. E come si è compiuto questo miracolo del risveglio dalla narcolessi delle élites nostrane? Ci hanno pensato i partiti di massa, che hanno provveduto a selezionarle e a formarle. Quella è stata la sola fase di schiena dritta.

Ora i partiti non esistono più e quindi neanche il PD lo è. E’ un pezzo di società che si raccoglie intorno ad un leader dietro la parola d’ordine della speranza. Che non è un progetto, ma una virtù teologale.

Dunque non può avere una classe dirigente che dà battaglia. Si fa infiltrare dall’esterno e si consegna. Già prima delle primarie dell’ 8 dicembre, altrimenti avrebbero avuto altro sviluppo e altro esito.

E’ atto di realismo prendere atto della forza di Renzi? E allora non rimane che prendere le comande alle feste de L’Unità.

I PEPPONI E I DONCAMILLI

giugno15

PEPPONE E DON CAMILLOCi fu un tempo in cui l’Italia si divideva tra pepponi e doncamilli. A volte anche nella stessa famiglia c’era sia un peppone che un doncamillo e i pranzi della domenica non erano tanto sereni, le mamme spesso erano costrette ad invitare i figli a turno: la prima e la terza domenica del mese peppone, la seconda e la quarta doncamillo. O viceversa. Durante le elezioni le città erano tappezzate da strati di manifesti: appena doncamillo ne attaccava uno peppone ci appiccicava sopra il suo, che però veniva subito ricoperto da doncamillo e così per tutta la notte. I doncamilli si riempivano di bolle appena venivano in contatto con il rosso tranne che sulle tagliatelle e i pepponi accusavano forti dolori addominali appena il bianco appariva nel loro campo visivo tranne che si trattasse di parmigiano. I pepponi erano felici di chiamarsi di loro compagni e i doncamilli amici, ma se un peppone chiamava compagno un doncamillo quello rispondeva: “Tua sorella”. O viceversa.

Insomma due apparati simbolici inconciliabili.

Poi i pepponi e i don camilli fecero un partito assieme. E al fine di favorire una serena convivenza misero da parte i simboli pepponici e doncamillici.

Che poi in verità erano una maniera per farli sopravvivere, perché ciascuna delle due comunità o anime del partito continuò a venerare il proprio pantheon.

Poi arrivò un leader postideologico, ma talmente spregiudicatamente postideologico dal guardarsi bene dal rimuovere definitivamente i simboli della discordia perché servono come brand.

Brand, capito? Ma lasciamo perdere il fastidio che ci dà questa parola. Un apparato simbolico non si costruisce da solo, dietro c’è la passione, la fatica e pure il sangue di generazioni di militanti; e quelli vivi si mangiano il fegato e quelli morti si rivoltano nella tomba a sentire chiamare le loro bandiere “brand”.

Ma ho detto che voglio lasciare correre, perciò, Matteo, il punto è: perché ti interessa quel brand?

La risposta più ovvia è: perché è quello che vende di più. Perché c’è una catena di dirigenti, iscritti ed elettori che è legata a quella narrazione e sai bene che non ne puoi fare a meno. Perché sai che il partito è meno liquido di quello che si vuol far credere, ha ancora ancoraggi che resistono.

Altra risposta: perché ti muovi con la logica di un amministratore delegato di una società privata, il marchio che vende deve essere mio. Non di D’Alema, di Cuperlo o di Bersani. Mio!

E me ne approprio al momento giusto, quando sono sugli allori del mio 41% e i pepponi non fiatano perché gli sto restituendo i loro simboli e i doncamilli nemmeno perché li ho avvertiti che non è il momento della mediazione.

Filerebbe tutto liscio come l’olio.

Solo che la narrazione dei pepponi non è fatta solo di salamelle alla festa de L’Unità, c’è altro che non è riconducibile ad un brand. Ed è la libera discussione nel partito che fa a cazzotti con il tormentone “il congresso è finito”, è l’idiosincrasia alle leggi truffa abbinate allo svuotamento del Senato, è la difesa dei diritti dei lavoratori, è un progetto di società futura. Tanto altro che oltretutto condividiamo con tanti doncamilli, al di là dei simboli che ci dividono.

E se la sinistra PD si accontenta della scenografia, ma si fa raccontare una storia diversa si assume una terribile responsabilità: non si salverà e non salverà nemmeno il partito. La narrazione quando è solo retorica senza contenuti non porta lontano.

ORSONI, LOTTI, GELONI, AVALLONE E LA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO

giugno8

ORSONIGrande è la confusione sotto il cielo: Orsoni, candidato a furor di primarie e sostenuto dal PD, viene eletto sindaco di Venezia. Ma, secondo l’accusa (vedremo, viviamo ancora in uno Stato di diritto e quindi per ora non è colpevole) si mette a rubare e viene arrestato. Lotti, autorevole dirigente del PD, si incarica di scaricare l’imbarazzante sindaco adducendo che non è iscritto al PD, non ha mai partecipato alle direzioni del PD e forse non ha mai mangiato un piatto di polenta in uno stand di una festa del PD. Una volta si contava fino a dieci prima di parlare almeno per sincerarsi che la fesseria che si stava dicendo era in grado di reggere l’urto della prima raffica di insulti. Ma se le primarie sono per statuto del PD il metodo di selezione dei suoi candidati alle elezioni e se in base a questo splendido metodo (ve lo raccomando) il PD ha candidato Orsoni, dove porta il ferreo ragionamento di Lotti? A sostenere che il PD non si presenta alle elezioni perché i candidati li fa scegliere agli elettori e quindi sono fattacci loro? Bella autocritica sulla centralità delle primarie! Finora l’avevamo sostenuto noi gufi rosiconi che le primarie erano un comodo sistema per deresponsabilizzare la classe dirigente del partito, adesso è esplicito: se il sindaco è bravo, amministra bene e ha consenso W il PD che ha prodotto questo miracolo di democrazia, se il sindaco ruba chissenefrega, che centra il PD?!?!?!

E infatti Chiara Geloni sul suo blog faceva giustamente notare che questa promiscuità tra iscritti ed elettori impedisce la selezione di una classe dirigente seria, onesta e capace: “Fare formazione” dice Renzi: a chi, di grazia, se si pretende che dirigenti del partito e amministratori spuntino da quel mare magnum che è l’intero corpo elettorale?

Ma ci pensa Fabio Avallone dalle colonne dell’Huffington Post a farci capire quanto Chiara Geloni sia in errore.

Dopo aver sprecato mezzo articolo a ricordare che la Geloni è una fedelissima di Bersani (embè?) e perciò è una gufa rosicona che non si arrende nemmeno davanti al 41% del PD, di cui un 6% dovuto a Renzi (direi che è un argomento inconferente dato che il PD poteva arrivare pure al 60% e Renzi valere da solo il 30%, tanto Orsoni lo arrestavano lo stesso) finalmente arriva alla brillante confutazione: il PD di Bersani, identitario e negato alla vocazione maggioritaria, il suo misero 25% se lo doveva tenere stretto e quindi non poteva permettersi di liberarsi delle clientele, delle consorterie e di tutte le cattive prassi fabbriche di corruzione, mentre il PD di Renzi, forte del suo 4%, si può dare allo scialo.

Quindi, se ho capito bene, questo efficientissimo sistema per moralizzare e qualificare dirigenti ed amministratori dovrebbe funzionare secondo Avallone pressappoco così: facciamoli scegliere dagli elettori, che scelgono sempre bene, non hanno commistioni con clientele e centri di potere, ma quando mai, la società è un paradiso terrestre, tutti angeli, nessuno ha interessi, nessuno coltiva il “particulare” (cit.), i poteri forti che devono mettere le mani sull’amministrazione si astengono dal sostenere i loro uomini per rispetto delle sacre primarie, quindi il candidato sindaco è sicuramente un puro (come no!); oddio, può succedere, nonostante il blindatissimo sistema delle primarie, che un eletto finisca al gabbio (ma come mai?!?!?!?); che problema c’è, si rifanno le elezioni precedute da solennissime primarie e si sceglie un altro sindaco, perché, come si fa al supermercato quando un prodotto esce fallato?

Ma l’avrà capito Avallone che la Geloni stava parlando di come fare per individuare i ladri PRIMA che vengano eletti e non DOPO, primarie o non primarie?

No, perché il problema degli avallone e  dei renziani più renziani di Renzi è la bizzarra concezione che possiedono di una società e correlata opinione pubblica come luogo irenico dove scorrono fiumi di latte e miele, gli angeli suonano le arpe e nessuno si muove per fare i suoi interessi, magari cercando di piazzare un sindaco gradito approfittando della splendida occasione delle primarie (venghino, signori, venghino ai gazebo), al contrario dei partiti che invece sarebbero i ricettacoli di tutti i mali.

Quanti sindaci eletti sotto i gazebo devono arrestare prima che si sveglino da questo bel sogno?

« Older Entries

befana

like box

contatore

adv prove webmaster