Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

VORREI SAPERE CHI VINCE

aprile18

MARQUEZEro iscritta alla sezione Mario Alicata di Chieti e non ricordo un compagno di quelli che la frequentavano più assiduamente che non l’avesse letto. Studenti, operai, intellettuali, giovani, anziani …… Tutti appassionati di quel mondo improbabile di Marquez dove i destini più bizzarri si annunciavano e si compivano sotto un sole polveroso, prima o oltre la morte. Che a Macondo avveniva e si sospendeva, fino a quando l’anima non sbiadiva.

Ma non era solo per questo che ci piaceva. E’ che ci piacevamo noi e ci specchiavamo orgogliosi nella nostra narrazione. Di cui Gabo faceva parte.

Perché Gabo non guardava mai un uomo dall’alto in basso se non per aiutarlo a rialzarsi. Perché Gabo diceva che il più grande atto di libertà era mettersi a scrivere e immaginare un mondo. E nessuno se immagina un mondo pensa che è solo per sè, è un sogno da condivere con gli altri e ognuno reclama il suo diritto alla dignità e alla giustizia.

Leggevamo tutti Marquez e questo rendeva impossibili le bestemmie che ascoltiamo oggi.

Tre sindaci PD recla­mano una banca-dati “per rico­no­scere subito i pro­fes­sio­ni­sti dell’elemosina”, non­ché fogli di via ed espul­sioni dal ter­ri­to­rio nazio­nale.

Quando leggevamo Marquez chi si esprimeva così era considerato un fascista e non era tra noi, militava nell’altra parte del campo e leggeva altre cose.

Ma allora avevamo anticorpi robusti, non eravamo permeabili a queste bestialità.

Ora gli argini si sono rotti e il partito è una stalla aperta, entra ed esce chi vuole. Dicono che così si vince e i sondaggi volano.

Ma chi è che vince? Chi vuole una società solidale o chi vuole schedare i poveri, dato che stiamo nello stesso partito e quindi vinciamo tutti?

Quando leggevamo Marquez sapevamo chi vinceva e chi perdeva.

Poi Marquez ha iniziato a morire, come i suoi personaggi, perché noi non sapevamo più chi eravamo e non ci specchiavamo più in lui.

Ciao, Gabo, ora sei nelle tua Macondo. Noi non lo sappiamo dove siamo.

VI TERREMO IL POSTO

aprile11

CANTIERE APERTOLeggo con piacere che l’iniziativa di Cuperlo indetta per domani 12 aprile ha ricevuto molte più adesioni del previsto e quindi è stata spostata in una sede più capiente.

Mi dispiace molto non potervi partecipare, ma comunque ci sarò con il pensiero (tenetemi il posto per la prossima volta).

Ci tenevo davvero molto a partecipare, per ragionare del nostro essere (ancora) nel PD con gli amici e compagni che verranno da tutta Italia, ma anche per quelli che non ci saranno e non perché impossibilitati come me.

Avrei voluto esserci anche per quei posti non occupati per abbandono silenzioso (cit.) del partito. Più o meno silenzioso, c’è anche tanta rabbia che invece viene espressa.

Anche da noi che abbiamo scelto di rimanere e ci chiediamo il perché.

Era la nostra casa. Non proprio come la volevamo noi. Anzi, pensavamo che avesse bisogno di una ripulita per bene. Di più di una ripulita, bisognava rifondarla. Pensavamo che solo così sarebbe stata pronta per accogliere gli ultimi, gli svantaggiati, quelli che hanno bisogno di una speranza: la nostra gente.

Ora ci sentiamo ospiti sgraditi: siamo i gufi, i rosiconi, quelli che remano contro solo perché si azzardano a chiedere: “Ma dove stiamo andando?”

E ci sentiamo più che a disagio, amaraggiati e sofferenti, offesi per gli insulti di quelli che dicono che questa casa va aperta così com’è, con i mobili ammucchiati in un posto per la rottamazione (ma tanti ne vengono riclicati, eh) e le stanze asettiche e anonime, senza caratterizzazione, così ci si possono riconoscere tutti.

E non è più la nostra casa, tanto più che fanno di tutto per accompagnarci alla porta, e anche maleducatamente.

Perciò io capisco gli amici e compagni che domani vorranno rimanere a casa.

Ma io rimarrò in questa casa e non farò nulla per nascondere che non mi piace.

Rimarrò perché non ha fondamenta e ci dovrà pur essere qualcuno che mentre gli altri si sborniano di facili e volatili consensi provi a costruirle.

Rimarrò anche per gli amici e compagni che se ne sono andati. Se riusciremo ad invertire questa deriva torneranno.

Domani saremo a Roma, fisicamente o solo con il pensiero.

Saremo lì per tenervi il posto. Non perdiamoci di vista, anche noi abbiamo bisogno di voi.

QUELLI CHE “QUANDO SENTO LA PAROLA CULTURA METTO MANO ALLA PISTOLA”

aprile4

Maria Elena BoschiNon è detto che quelli che “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” siano nazisti. Spesso non sono nemmeno stupidi.

E quindi non giudico nazista o stupida Maria Elena Boschi, che si è espressa sui costituzionalisti che criticano le riforme del governo Renzi con uno sprezzante: “Io temo che in questi trent’anni le continue prese di posizione dei Professori abbiano bloccato un processo di riforma oggi non più rinviabile per il Paese”. Che è una variante nemmeno tanto più educata della stupidata attribuita a Göring, mentre invece per la precisione è una battuta del dramma Schlageter, in cui un personaggio si rivolge al protagonista esclamando “Quando sento parlare di cultura […] tolgo la sicura alla mia Browning!”. Ma a Göring era piaciuta talmente tanto che hanno incominciato gli altri a tirare fuori le armi dopo avergliela sentita ripetere qualche migliaio di volte.

Anzi, quasi mi stupisco che non abbia citato proprio la famosa frase, magari senza saperne l’origine (“Chissà dove l’ho letta! Baricco? Boh!”).

E’ che quelli che “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” sono il prodotto non solo del decadimento della politica, che non sa fare più il suo mestiere, che è quello di educare una classe dirigente in grado di governare secondo un pensiero coerente (e non solo amministrare “alla qualunque”),  ma anche degli altri luoghi in cui si sfornavano intelligenze: l’università, ma anche l’impresa. Posti in cui si insegnava ad allargare lo sguardo su tutta la complessità della realtà, oltre lo spicchietto che si intravede dal paraocchi centrato sull’obiettivo immediato.

E c’erano quelli che allargavano il paraocchi, cioè gli intellettuali, i “Professori”, la coscienza critica della società. Quelli le scatole le hanno sempre rotte, ma erano necessari proprio per questo, perché ponevano problemi anziché risolverli: mostravano le falle e le incoerenze del progetto perché si potesse correggere.

Ora invece escono dalle università e dai masters con le loro certezze incrollabili, le riversano su carta ministeriale e chi si permette di sollevare qualche perplessità sul sistemino, di fargli fare un bagno di realtà, di sottoporlo a verifica per vedere se tiene e non si spappola all’impatto con la complessità sociale che deve disciplinare si prende una revolverata metaforica.

Con l’aggiunta del falso storico: nell’era facilona della cultura che non si mangia è accaduto l’esatto contrario di quello che ha detto la ministra, cioè che i “Professori” non hanno bloccato proprio un accidenti di niente. Infatti ci sono state una riforma costituzionale che è stata bocciata da un referendum, un’altra riforma costituzionale del titolo V che adesso bisogna correggere perché fa acqua da tutte le parti e una legge elettorale che vabbè lasciamo perdere. Forse se si fosse fermati a riflettere sui dubbi insinuati dai rompiballe “Professori” invece di mettere mano alla pistola non saremmo in questa bolgia, ma ai master insegnano che bisogna consegnare il compitino e non a considerarne le conseguenze.


befana

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