Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

PERCHE’ MI VIENE LA TENTAZIONE DI LASCIARE L’ITALIA

maggio25

FESTA TOGATAAlcuni episodi danno la cifra del pollaio scacazzato che è diventato da un po’ questo Belpaese.

1) Franceschini manda qualche messaggino per invitare a votare la sua compagna candidata.

Succede il finimondo. Siccome non ci vedo nessuno scandalo mi chiedo se per caso non sono io ad essere diventata amorale. Una volta per definire il candidato sfigato si diceva: “A quello non lo vota nemmeno la moglie”. Questa invece per fortuna ha un compagno che la sostiene. E allora? Per farsi fare la campagna elettorale dal fidanzato si doveva mettere con un precario o un cassintegrato? E se non ne ha trovato nemmeno uno che le piaceva? Il problema è che Franceschini si è separato dalla moglie per mettersi con una più giovane di lui di 25 anni? Mi pareva che il divorzio, che in Italia è stato introdotto nel 1974, fosse stato metabolizzato. Credevo che questo fosse un Paese moderno. E invece come nei paesini anteguerra le comari spettegolavano sui fatti privati altrui oggi si mette alla gogna un amore su internet: è cambiato solo il mezzo, si è passati dalla lingua al clic.

2) I PM chiedono la prescrizione per Penati. I PM, non l’imputato. Penati annuncia che farà ricorso in Cassazione contro la richiesta. Ma non lo fa nel corso dell’udienza. E’ costretto a spiegare che lui si era già opposto nell’udienza del 13 maggio e che non era in aula perché gli avvocati gli avevano detto che la sua presenza non era necessaria, ecc. ecc.

In un Paese civile si sarebbe preso atto della volontà di Penati e nessuno si sarebbe messo a cronometrare il tempo della rinunciaalla prescrizione, se in tempo reale o dopo 10 giorni. Invece in Italia, che evidentemente Paese civile non è, anche gli scrittori si mettono a discettare se l’avvocato di Penati doveva fare questo o quello. Io che sono cresciuta a pane e lotte per i diritti sociali e civili sono confusa: per me gli imputati sono tutti uguali e tutti meritevoli della stessa tutela costituzionale. Essere di sinistra significa fare in modo che anche gli ultimi della scala sociale possano esercitare il diritto alla difesa, e questo diritto è difficile da far valere. Ma non ricordo che la sinistra che conosco io, quella che vuole un mondo migliore per tutti, abbia mai detto che i potenti invece sono esclusi da questo diritto. Abbiamo solo detto che nessuno si può sottrarre alla giustizia, ma una volta alla sbarra ultimi e potenti sono uguali: le garanzie e il rispetto della dignità valgono per gli uni come per gli altri.

3) Il cardinale Bagnasco viene fischiato al funerale di Don Gallo. Io sono atea, ma una chiesa non è una piazza. Se siete andati lì per commemorare Don Gallo portate rispetto a lui, Don Gallo, e non inscenate un’indegna gazzarra ad un funerale, porca miseria, ci sono altri modi per esprimere dissenso.

Questi sono solo alcuni episodi che certificano l’infimo livello culturale e morale in cui è precipitato questo Paese.

Me ne andrei volentieri in un posto più civile, se sapessi dove andare. Ma purtroppo la scelta della residenza è un fatto di classe: solo un numero ristretto di riccastri se la può scegliere. E generalmente sono quelli che contribuiscono fattivamente a trasformare il BELpaese in un pollaio scacazzato.

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STRAPPA LA TESSERA A CHI?

maggio19

GRILLOGrillo ha detto che devo strappare la mia tessera del PD. Ah sì? Così poi se la può giocare con quell’altro nel duello finale e alla fine ne resterà soltanto uno. Come prospettiva non c’è male: ci ha provato Hitler a rimanere da solo e per un po’ c’è riuscito. Poi è arrivata la compagnia degli Alleati ed è finita come è finita. E si lamenta pure se lo accusano di totalitarismo.

Non credo che voglia fare anche lui i vagoni piombati, ma già solo la pretesa di aspirare a rimanere solo basta e avanza per mandarlo dove ci manda lui tutti i giorni.

Ma il problema è che non sarebbe nemmeno un duello finale alla Highlander con una testa che vola (e poi lui non somiglia neanche un po’ a Christopher Lambert), ma un incontro di wrestling tra due vestiti da pagliacci che fanno finta di darsele tra gli strepiti belluini dei tifosi.

E’ chiaro o no che nell’ultimo decennio la scena politica europea è stata dominata da due tendenze apparentemente conflittuali, ma in realtà entrambe di destra? La prima liberista, cosmopolita in quanto legata alla finanza internazionale e impegnata nell’opera di demolizione dello Stato per consegnare tutto al mercato; la seconda nazionalista, populista e antieuropea, ma anch’essa convergente verso obiettivi antistituzionali. E fanno a gara a chi può picconare lo Stato di più.

Siccome l’Italia è il Paese che sappiamo e non ha mai saputo esprimere una destra liberista perché un’imprenditoria stracciona e pavida ha sempre bisogno delle prebende dello Stato, allora la tendenza che emerge è la seconda, sia nella versione berlusconia, sia in quella grillocasaleggina.

E poco cambia che nelle parole d’ordine di questa farsa di destra compaiono principi come i beni comuni, l’ecologismo e altri specchietti per le allodole destinati all’elettorato di sinistra: il bene comune primario è il sistema di rappresentanza democratica e in questo quadro va incastonata la tematica dei beni comuni. Al di fuori la retorica dei beni comuni è comunitarismo confuso e inconcludente: a Parma, culla del grillismo, la giunta ha votato la Delibera che dà il via alla privatizzazione del Trasporto Pubblico. Quindi, caro Grillo, paladino dei beni comuni e della green economy, i tuoi sono stati costretti (non credo l’abbiano fatto con entusiamo, se non altro per evitare l’imbarazzo) a mettere in vendita a privati il 49% di Tep (Trasporti pubblici Parma). E lo sai perché? Perché i vincoli di finanza pubblica valgono anche per loro e quindi dei beni comuni non se ne parla a vanvera, ma nel contesto di una battaglia politica europea (che tu rimuovi perché la risolvi nella fesseria dell’uscita dall’euro) come quella che ha avviato Hollande, ponendo il problema del governo politico dell’Europa, reclamando per di più tempi stretti (2015). E all’interno di questa nuova statualità europea che si fa la battaglia sui beni comuni, non facendone proclami elettorali che poi i tuoi sono costretti a smentire. (A proposito: i “privatizzatori” di Parma non li cacci? Sono in linea con il programma del movimento?). E quella battaglia solo il PD la può fare, dissestato com’è ultimamente: chi altro? Una sinistra minoritaria che rifugge dalle responsabilità di governo e che in Europa non si può neanche affacciare?

Perciò, siccome non mi interessa assistere all’incontro di wrestling tra te e Berlusconi, io la mia tessera non la strappo, anche se ultimamente è un po’ spiegazzata: io sono un’appassionata di incontri veri: quelli tra destra e sinistra.

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I GENITORI NATURALI DELLA SCONFITTA

maggio12

EPIFANI“Si vince insieme, ma si perde da soli”. Si dice anche “La vittoria ha tanti padri, la sconfitta nessuno”, ma non si addice a quella brava persona che è Bersani. Uomo serio in un Paese di buffoni: non si nasconde dietro a scuse. La verità è che la sconfitta viene sempre addebitata a quello che rimane con il cerino in mano. Specialmente se è tanto responsabile da rischiare di scottarsi le dita invece di buttarlo e chissenefrega se brucia tutto.
Si dice pure, oggi voglio dare la stura ai proverbi, che tutti i nodi vengono al pettine e non sempre è facile pettinarli. Bersani, che oggi è il classico capro espiatorio, quei nodi li aveva individuati, ma quelli che non sospettano neanche l’esistenza di quei nodi ora danno addosso a lui.
Quei nodi risalgono alla fondazione e si chiamano partito-che-mette-insieme-tante-belle-idee-ma-mi-raccomando-alla-rinfusa.
Poi ci si sconvolge che alla prima prova di assunzione di responsabilità, cioè quella cosa che ti impone di avere le idee chiare su cosa hai intenzione di fare, le belle idee alla rinfusa centrifugano e prendono le strade divergenti del moderatismo, della piazza, dell’idealismo, del pragmatismo, del calcolo personale, ecc. ecc., tana liberi tutti.
Bersani avvertiva su tutto questo, sull’aberrazione del partito-contenitore, una scatola in cui tutti possono entrare e cercarsi un angolino senza doversi mischiare agli altri. Ma la colpa sempre sua rimane. Così va il mondo (oggi è giornata di proverbi).
Ora il cerino ce l’ha Epifani, che ha ereditato questa centrifuga e deve cercare di contenerla fino al congresso previsto per ottobre. Se nel frattempo il partito dovesse implodere la colpa sarà sua, ci si può mettere la mano sul fuoco, non di quelli che continuano a fare gli irresponsabili rifiutandosi di confrontarsi nel partito per cercare una sintesi.
Tanto hanno pronta la scusa: questo partito ha tante anime, pure qualche animaccia de li mortacci sua con cui non abbiamo voglia di averci a che fare, per cui rivendichiamo le mani libere, succeda quel che succeda. Ecco, questa è la maniera migliore di far succedere il peggio.
Il problema non è il pluralismo delle anime: è il rifiuto di aprirle lealmente al confronto. Come ieri: Epifani è stato eletto con 458 voti su 593, mancano un po’ di voti, possibile che nessuno si sia ritenuto in dovere di dire perché non Epifani e di presentare una proposta alternativa? Certo che è possibile, è perfettamente compatibile con la metafora dello scatolone dove ciascuno si piazza nel suo scompartimento: se presento una proposta e chiedo di metterla ai voti poi mi vengono a misurare i metri quadri, capisce ammè. Ma peggio: accettare questa regola del confronto nel partito poi mi obbliga ad adeguarmi alla sintesi e questo comporta rinunciare all’immagine che mi sono costruito tra i miei elettori alle primarie, i fan della mia pagina su Facebook e i followers su Twitter.

Bersani lo diceva che questo partito non ha dirigenti, ma moderni feudatari. Ma è lui il padre adottivo di questa sconfitta, i genitori naturali non la riconosceranno mai.

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IL NOME DELLA ROSA (e Gentiloni che la sfoglia)

maggio5

GENTILONIAbbiamo perso/non vinto (fate voi) le elezioni, abbiamo combinato quel bel po’ di casino nell’elezione del Presidente della Repubblica e nella formazione del governo, il Segretario Bersani è dimissionario, dobbiamo eleggere il reggente/segretario (a proposito: che significa reggente?) del PD, ariecco quelli che “squadra che perde si cambia” e aridaje quelli che “se c’era Renzi”. In tutto questo anche incazzatura/rassegnazione per il governo con il PDL, che certamente non aiuta ad affrontare con serenità le questioni. E siccome non sono serena nemmeno io, avverto che il primo che interviene nel corso del dibattito del mio circolo a sfogliare la rosa dei nomi per proporre chicchessia (Renzi, Barca, Epifani, Cuperlo, non importa) si prende una mia sonora pernacchia.

Siccome Gentiloni è già partito con la lamentela sulla “strana idea per cui squadra che perde non si cambia” (e le squadre sono persone, nomi), chiede ”un segretario, o quello che e’, in discontinuita’ con questi tre anni” (altro riferimento alla personalizzazione), per poi farselo uscire finalmente il rospo, dato che per lui la discontinuità “e’ affidata alla prospettiva di una leadership di Matteo Renzi”, la mia prima vibrata protesta è rivolta a lui.

Perché il nome è un esito, non una premessa.

E’ l’esito di un dibattito che chiarisca:

1) questa roba che chiamiamo PD è un luogo dove un po’ di notabili si riuniscono a discutere di norma non obbligatoriamente (sempre che non siano impegnati in trasmissioni televisive) e obbligatoriamente solo in prossimità di una competizione elettorale (per la formazione delle liste o l’organizzazione delle primarie, o invece un soggetto politico che ha una qualche idea di società e si adopera per realizzarla;

2) se la scelta cade sulla prima opzione prendiamo il più giovane e telegenico e gli facciamo fare il segretario e il candidato premier contemporaneamente, tanto non ha molto da fare per il partito, basta che tiene le luci accese, se invece vogliamo percorrere la seconda ipotesi allora bisogna disegnare il profilo del partito- soggetto politico e lo schema si complica.

Infatti, se ci orientiamo a ridefinire il profilo di un partito-soggetto e non meramente luogo dove si incontrano soggettività (però poi i sostenitori di quest’ultima visione mi spiegano a cosa serve), occorre fissare un po’ di paletti, ossia:

1) a chi parla questo partito, una volta si diceva “blocco sociale di riferimento”). Non mi rispondete: “A tutti” che è una fesseria. Certo che vuole il maggior numero di voti possibile, ci mancherebbe. Ma la società non è una massa indistinta, esistono differenze sociali a cui corrispondono interessi. E gli interessi sono in conflitto, altrimenti non si chiamerebbero così. Per cui bisogna operare scelte e convincere che queste sono le più aderenti all’interesse generale, ma sempre di scelte si tratta;

2) il progetto che si propone per aderire agli interessi del famoso “blocco sociale di riferimento”, che non è una categoria del ‘900, ma è una categoria di sempre, dai tempi delle caverne. Può essere più semplice o più complesso e nella società del terzo millennio è ultracomplesso, per cui la riflessione deve essere profonda. Può essere più statico o fluido, ed ora è fluidissimo. Può pure accadere che due pezzi di società in passato erano in conflitto ed ora invece confluiscono nello stesso blocco. Ma è una categoria ancora valida e lo sarà fino alla fine dei secoli. Se dici lavoro o finanza ti riferisci a due referenti diversi, con interessi contrapposti e quindi o proponi un’idea di società o ne proponi un’altra;

3) la struttura che si deve dare questo partito che deve fare tutta questa roba. Cioè bisogna scegliere il mezzo più efficace per elaborare proposte e conquistare consensi. E anche qui la riflessione deve essere profonda perché il rapporto del cittadino con la politica è cambiato, ma questo non significa che il tema è secondario, anzi, il contrario.

Visto che lavoraccio? Perciò chi spara nomi in questa fase sta saltando tutto questo percorso. Il nome deve essere quello che incarna le risposte che ci saremo dati a tutti questi quesiti, non uno che esprime genericamente “discontinuità”. Altrimenti è solo una faccia da provare per vedere se va bene. Stessa identica operazione del lancio di un prodotto. Per poi scoprire, alla prossima tranvata, che “nomina nuda tenemus”.

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