Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

COME LIBERARCI DI QUESTO QUI?

ottobre27

“Sic transit gloria mundi” non l’aveva scritto nessuno? No, perché è un classico nella fiera delle banalità. Come se una condanna potesse decretare la fine di Berlusconi. Specialmente in Italia dove la regola più seguita, come ha ricordato giorni fa una mia amica, è quella di Murphy: “Se i fatti sono contro di te contesta la legge; se la legge è contro di te contesta i fatti; se i fatti e la legge sono contro di te strilla come un dannato”. Cosa che ha iniziato puntualmente a fare 5 minuti dopo la lettura della sentenza. E siccome i ritiri a vita privata rendono meno efficaci gli strilli allora ha desistito dal suo proposito di lasciare la politica e ha annunciato che ridiscenderà in campo. Della serie “Tanto per introdurre qualche elemento di novità nel quadro politico”. Ora, se i vari Di Pietro, Travaglio, i “populisti viola”, quelli della crema intellettuale del “Fatto Quotidiano” e tutti gli altri talebani della forca sapessero leggere le vicende politiche dovrebbero fare una seria autocritica sulla loro ossessione di liberare l’Italia da Berlusconi con le manette. Si può sperare che abbiano finalmente capito che era un’illusione? Ma per carità! Stanno festeggiando la resurrezione di Berlusconi in politica (senza aver dovuto aspettare nemmeno tre giorni): se ieri hanno stappato una bottiglia alla notizia della condanna, oggi si saranno sicuramente ubriacati per la contentezza di non essere rimasti orfani.

Un po’ di onestà intellettuale dovrebbe far loro riconoscere che il più antiberlusconiano di tutti non è quello che inveisce di più contro le nefandezze di Berlusconi, ma quello che prima è riuscito a cacciarlo da Palazzo Chigi e poi lo sconfiggerà politicamente alle elezioni. Ma questo è chiedere troppo: più facile riempire pagine e pagine di giornali di cronache giudiziarie.

Il problema è che siccome “grande è la confusione sotto il cielo”, specialmente sotto quello azzurro dell’Italia, finiscono sempre per mischiarsi categorie prepolitiche, morali, politiche, fiori, frutti, cantanti, città: la condanna di Berlusconi è una vittoria morale, una soddisfazione per i cittadini onesti che hanno finalmento visto acclarare da un tribunale una verità processuale (faccio outing: ieri ha brindato anch’io che non sono una forcaiola. Non perché mi freghi di vedere un vecchio a San Vittore, solo per amore di verità), ma non una vittoria politica. Anzi, di per sé è un evento politicamente negativo: frustra le speranze di costruzione di un centrodestra decente, e quindi di far diventare questo Paese finalmente normale, perché rimette in campo Berlusconi. Cioè continueremo ancora per mesi e mesi ad assistere ad un dibattito politico tra guardie e ladri, una travagliata e una ghedinata, una dipietrata e una berlusconata. A meno che …….. A meno che non ci liberiamo della retorica carceraria e dei demagoghi a presidio dell’una e dell’altra parte delle sbarre e ci concentriamo sulla madre di tutte le ingiustizie: ogni anno il 2-3% del PIL si trasferisce dalle tasche del lavoro alle tasche della rendita finanziaria. E dalle tasche della rendita finanziaria qualche spicciolo cade per finanziare cene elettorali ad un candidato alle primarie del centrosinistra un po’ distratto su questo tema. Si presentasse pure Berlusconi alle elezioni: lo sconfiggeremo parlando di equità, non dei suoi processi.

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E POI MI TACCIO

ottobre23

Dico solo questo sulla vicenda del ricorso di Renzi al Garante della Privacy e poi mi taccio su quest’argomento.

L’idiosincrasia di Renzi per l’albo pubblico degli elettori del centrosinistra non è “strumentale”. Non fa questa battaglia perché pensa che avvantaggi Bersani. O almeno non solo per questo. Fa questa battaglia per una questione ideologica: sottoscrivere un impegno a sostenere il centrosinistra significa dichiarare un’appartenenza. Ma nel futuro che vede e di cui è entusiasta (“Non bisogna aver paura del futuro”), nella società “fluida” senza ancoraggi, nel mare magnum di individui solitari che cercano di conquistarsi con il merito (altra sua parola preferita) un posto al sole nella competizione globale le appartenenze sono una zavorra che manda a fondo. Per lui sono inconcepibili perché le appartenenze sono radici, sono abbarbicate ad un sistema di valori, cioè a qualcosa di stabile e duraturo. Il futuro che c’è nel suo orizzonte invece consuma un cambiamento dopo l’altro e quello che conta è stare al passo, sapersi adattare agli scenari mutevoli, mentre rimanere legati alle radici significa voler “fermare il vento con le mani” (capito il senso di quella frase stucchevole che trabocca dai luoghi renziani?)

Perciò perché chiedere ad un elettore di firmare per il centrosinistra? Ora lo vota perché c’è Renzi (se c’è Renzi), mica perché il centrosinistra è portatore di valori di solidarietà ed equità. Domani voterà un’altra faccia schierata in un altro campo, ma quella firma gli resterà appiccicata addosso e questo potrebbe essere imbarazzante. E se non è imbarazzante è comunque una traccia, un segno identitario, insomma una roba che ha qualcosa di incongruo per un nativo della società “liquida”.

La questione è che è difficile anche per lui dichiarare la sua appartenenza al centrosinistra. Il suo richiamo alla sinistra più che labile è precario: è una sinistra che si definisce in base alla “novità” del suo messaggio, per cui è destinata a non mantenere niente di fermo, segue il vento (sempre per richiamare la famosa metafora sdolcinata): una sinistra che si conforma in base agli scenari globali. Perciò più che qualificabile come un “liberale moderato”, come dice Scalfari, Renzi è sincretico, prende un’idea qui e un’idea là, senza agganciare nessun fondamento degli orientamenti ideologici “classici”: il suo riferimento è il “nuovo”, potente come un vento che secondo lui, ci risiamo, non si può fermare con le mani. Neanche se spira dalle Cayman.

Noi invece qualche folata di quel vento la vorremmo fermare, specialmente i cicloni che provengono dai paradisi fiscali. E perciò non abbiamo remore a firmare l’elenco degli elettori di centrosinistra: non c’è problema per noi vincolarci ai valori di solidarietà, equità e giustizia sociale.

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IL CAPRO ESPIATORIO

ottobre20

Non è un caso che io abbia scelto la befana come immagine del mio blog: le befane sono creature molto acide. Oggi poi sono particolarmente urticante, ne sa qualcosa mio figlio.

Perciò avverto i lettori che questo post è antipaticissimo, anche perché tratta di un argomento oltremodo fastidioso: il capro espiatorio.

E’ noto (o meglio dovrebbe esserlo, ma siccome attraversiamo tempi bui di analfabetismo di ritorno non si sa mai) che il capro espiatorio era quella povera bestia che veniva mandata a morire di fame e di sete nel deserto per espiare le colpe di un’intera comunità. Non era un’usanza molto civile: prima di tutto perché la protezione animali avrebbe avuto molto da ridire e poi perché non assumersi le proprie responsabilità e addossarle ad un essere inerme è da vigliacchi.

Passano i millenni e la gente smette di prendere di mira le capre, ma non abbandona il brutto vizio di cercare il parafulmine morale di tutte le nefandezze collettive.

Uno che si trova in questa situazione scomoda, anzi il più capro espiatorio di tutti è D’Alema: tutti i fallimenti della sinistra da due o tre decenni a questa parte sono riconducibili a lui, come se fosse stato il solo iscritto al PCI, al PDS, ai DS e ora al PD.  Non solo, come se i governi di centrosinistra fossero stati monocolori DS.

Gli imputano ancora la questione dell’ineleggibilità di Berlusconi aggirata dalla Giunta per le elezioni. La vicenda risale al ’94, cioè quasi 20 anni fa, ma non importa, ne sarà perseguitato fino alla tomba: sulla lapide scriveranno “Condannai gli Italiani a 20 anni di Berlusconi”.

Tutto perché il 20 luglio del 1994 la Giunta per le elezioni della Camera dei deputati fu chiamata a decidere sul ricorso presentato contro Berlusconi al fine di dichiararne l’eleggibilità ai sensi della legge n° 361 del 30/3/’ 57.

Il ricorso non fu accolto per colpa di D’Alema, nonostante: 1) la maggioranza dell’organo era di centrodestra ed era compatta, per cui l’opposizione non ce l’avrebbe fatta nemmeno se si fosse messa a piangere in cinese; 2) D’Alema non ne faceva parte, non era capogruppo alla Camera ed era stato eletto segretario del partito solo il 1 luglio; 3) quandanche per miracolo il ricorso fosse stato accolto vi pare che il leader (non un parlamentare qualunque) del partito che ha vinto le elezioni possa venire liquidato così? Ma veramente?

Però neanche di fronte a queste controdeduzioni gli impallinatori di capri espiatori demordono. Ribattono: “Eh, ma nel 1996 la questione si ripropose e nel frattempo i rapporti di forza erano cambiati. Perciò fu colpa di D’Alema gne gne gne gne”.

Sì, perché secondo voi dopo il precedente del ’94 si poteva dire: “Nel ’94 abbiamo scherzato, abbiamo avuto per due anni un abusivo non solo al Parlamento, ma addirittura a Palazzo Chigi, ma adesso mettiamo le cose in chiaro: Berlusconi è ineleggibile ora come nel ’94 per cui tutti gli atti che ha posto in essere non lo sappiamo che fine fanno”. Chiamate l’ambulanza!

Ecco a distanza di quasi 20 anni ogni volta che D’Alema fiata gli si rinfacciano questa e altre robe.

Domanda: quando diventerà abbastanza maturo questo popolo da non avere più bisogno di capri espiatori?

L’avevo detto che sarei stata acida!

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REGGI IL CINESE

ottobre16

Uno di questi giorni dirò perché sostengo Bersani alle primarie. Quando avrò finito di dire perché non voterò Renzi. Potrei anche non fare in tempo per il 25 novembre, ogni giorno si aggiunge un motivo nuovo. Quello di oggi è grave. Reggi, l’ex sindaco di Piacenza, il coordinatore (o quello che è) del comitato per Renzi ha sparato una salva di colossali boiate infiocchettandole con il più sputtanato dei proverbi cinesi: siediti sulla riva ecc. ecc. Nel quartier generale di Bersani hanno contato fino a dieci ed hanno risposto cercando di moderare i toni. Hanno fatto bene a non scendere a quel livello, Bersani non sa più come dirlo che se non si restituisce prestigio alla politica questo Paese non ce la farà mai. E la politica si fa anche con le parole, quindi non si possono rilasciare dichiarazioni come se si stesse parlando nel tinello di casa. Ma si dà il caso che io in questo momento sto scrivendo queste righe proprio nel tinello di casa, quindi non sono tenuta al politicamente corretto.

Reggi, devi sapere che se uno aderisce ad un partito deve rispettare le sue regole. Le regole, non so se lo sai, sono quelle prescrizioni alle quali ti devi attenere anche se non ti piacciono. Solo che per poterle rispettare te le dovresti leggere prima! E tu questo modesto sforzo non l’hai fatto, altrimenti non avresti detto la bestialità che Bersani è Ponzio Pilato perché ha rinviato alla direzione la decisione relativa alla candidatura di D’Alema. Vatti a leggere lo statuto del partito: per la deroga al limite dei tre mandati è competente la direzione. Quindi è inutile che ti siedi alla riva del fiume a veder passare i cadaveri che Renzi rottama: per fortuna questo partito ha ancora regole sane (che, ti ricordo, valgono pure per te) in base alle quali il ricambio delle classi dirigenti non avviene alla Pol Pot, cioè “ando cojo cojo”, ma matura a seguito di valutazione attenta dello specifico contributo al partito e al Paese che ciascuno può dare, dentro o fuori del Parlamento.

Ma in un partito non ci sono solo norme procedimentali ci sono anche regole politiche. E queste temo che ti siano ancora più ostiche. Assimilare amici e compagni  – con i quali, superate le primarie, si dovranno affrontare le elezioni e poi, volesse il cielo, lavorare per dare a questo Paese un futuro migliore – a nemici da distruggere, cadaveri da far galleggiare in un fiume, non rientra nella normale dialettica politica. A dire la verità non rientra neanche nella convivenza civile, non è concepibile neppure nei luoghi del quotidiano (che società è quella dove i differenti punti di vista non vengono ascoltati, ma eliminati?), ma lasciamo perdere. Quello che è certo è che siamo di fronte all’introiezione di stili di comportamento mutuati da quel lungo ventennio che stiamo cercando di superare. Stesso schema: con quello che dava fastidio non ci si confrontava, ci si passava sopra con un rullo compressore. Per farne rottami, chiara l’analogia? Mi dispiace dirtelo, caro Reggi, ma non c’è niente di nuovo nella tua rottamazione, stessa pericolosa faciloneria nel fare piazza pulita e nessuna innovazione neanche nel linguaggio: se fossi parlamentare il primo ad essere rottamato dovresti essere tu.

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