Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

LA MAXIPROTESTONA A MONTECITORIO

settembre30

Forse ai più è sfuggito che ieri si è svolta a Roma un’imponente manifestazione anticasta alla quale hanno partecipato più di cento persone, almeno 103. La maxiprotestona era stata lanciata da una pagina Facebook che aveva totalizzato circa 37.500 adesioni tra i 100 dell’ala dura del movimento, gli “indignados”, e i 37.400 della componente “Va anti te che a me me vie’ da ride”, ossia gli “indivanados”. Comunque siccome siamo nell’era della democrazia digitale si è deciso che le ore a strillare sotto Montecitorio valgono quanto i “mi piace” e quindi l’iniziativa è stata un successone, vale la pena di ripeterla per dare la definitiva spallata alla casta.

La riuscita dell’iniziativa è dovuta sia alla robusta analisi della crisi mondiale elaborata dal movimento (è tutta colpa del complotto demo-pluto-pippo-paperino-giudaico-massonico delle banche, delle poste, dei registratori di cassa, dei materassi, dei salvadanai e ovunque si possano tenere soldi), sia alla piattaforma rivendicativa (i politici se ne devono anna’ tuttiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, dal Presidente della Repubblica a mi cognato che fa l’amministratore de condominio).

La filosofia di questo movimento (dal divano alla tastiera) si basa sul rifiuto di qualsiasi forma di rappresentanza (compresa quella del cognato che amministra il condominio, per cui non gli dovranno essere più versate le quote con la speranza che le scale si puliscano da sole e il tetto si autoripari). Praticamente un’integrazione diretta dell’individuo nella società senza passare per corpi intermedi tipo partiti o sindacati, considerati luoghi in cui si perpetrano le peggiori schifezze.

Però a nessuna delle 37.500 belle teste è venuto in mente il parallelo con Montezemolo, Fini e Casini (gente in nessun modo assimilabile agli “indignados”) che dicono la stessa identica cosa, ma proprio uguale, ossia un listone di individui, ricchi e poveri, lavoratori e finanzieri, possessori di ingenti patrimoni e nullatenenti, tutti insieme appassionatamente in nome del cambiamento e del “dàlli ai ladri”. Liste civiche refrattarie ai partiti, dovesse fare che gli individui si aggreghino intorno ad interessi specifici e ad una “visione” di società!

A nessuna di queste eroiche avanguardie della rivoluzione dei clic è passata per la mente la riminiscenza della democrazia liberale dell’800. La democrazia di John Stuart Mill (cioè un liberale, non un bolscevico) che immaginava la democrazia come un luogo ideale, dove si svolgeva una discussione disinteressata intorno al bene comune non inquinata dai partiti, che invece erano portatori di interessi di classe. E non lo so se Grillo si rifà consapevolmente o no a Stuart Milla (ma propenderei per la seconda ipotesi) quando propone di selezionare la classe dirigente on line in base a meri criteri di competenza professionale (questo capisce di medicina, quello di architettura, quell’altro di ericicultura). Una classe dirigente che è la versione aggiornata del politico dell’800, un individuo che si voleva “neutro” e che in realtà non lo era: faceva gli interessi della classe dominante. Poi, vivaddio, questa mitologia del politico puro tecnico fu fugata e nacquero i partiti: il Parlamento si popolò anche di politici che non stavano lì solo perché erano bravi in una disciplina, ma anche e soprattutto perché erano rappresentanti dei lavoratori e dei ceti deboli.

Nessuno di questi agit prop della rivoluzione con il pensiero è stato sfiorato dal dubbio che la democrazia dei post e dei tweet non è altro che la rivisitazione in chiave tecnologica di quel sistema che serviva a tenere i soggetti deboli fuori dai luoghi di decisione.

Poi si stupiscono se non riescono a far spostare il sedere dalla sedia agli altri 37.400 “indivanados”.

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QUANDO SI PARLA DI MERITO

settembre29

Prima leggi la lettera di lavitola a Berlusconi. E poi leggi una notizia che ti riconcilia con questo marcio Paese. MASSIMILIANO POLI (scritto tutto maiuscolo, come lavitola va scritto tutto minuscolo, credevate fosse un refuso, eh?) un operaio con due figli che guadagna 900 euro al mese e 650 ne spende per l’affitto (ma come fa?) trova un portafoglio con 45.000 euro e lo porta in questura. Poteva tenerlo e mettersi in fila per comprare l’I Phone 5. E invece ha detto: “Non potevo non farlo”. Ci ho fatto caso, ha detto proprio così, non ha detto: “Dovevo farlo”. Sembrano due espressioni intercambiabili e invece tra “non potevo non farlo” e “dovevo farlo” c’è un abisso colmo di quel mistero che è la morale. Perché se di fronte ad una domanda “morale” della vita ti chiedi se devi o non devi poi ti ritrovi a soppesare le conseguenze, a valutare i pro e i contro, insomma entra in gioco il calcolo che è una roba che sta agli antipodi della morale. Se invece ti rispondi che non puoi allora il discorso è chiuso, è sbarrata la strada a qualsiasi calcolo. E’ la vocina di Socrate, che non gli diceva mai quello che doveva fare, ma quello che non poteva fare o non fare.

Ma ai tempi di Socrate quella vocina era un po’ più forte e non perché gli uomini erano più buoni, ma perché il mercato, che è il regno del calcolo, non aveva ancora occupato tutti gli spazi della vita umana come oggi. Più ce n’è, più è debordante rispetto ai suoi giusti ambiti, più è selvaggio e più quella vocina diventa debole.

E allora per non limitarsi a leggere questa vicenda come un capitolo del libro Cuore va rimarcato che anche questo è uno uno dei momenti in cui si consuma lo scontro tra destra e sinistra, tra liberismo e e riformismo, tra individualismo e solidarietà. Tra chi pensa che le leggi del mercato non vadano messe in discussione e chi pensa che vadano posti paletti: qui finisce il mercato e inizia il bene comune. Tra chi pensa che il merito si misuri solo in base al corretto  svolgimento di funzioni monetizzabili e chi pensa che risieda anche nel gesto spontaneo che rende il mondo un po’ più bello.

E invece lavitola (tutto minuscolo in base ai miei criteri di merito) ha meritato di andare a dirigere un giornale e POLI (tutto maiuscolo) non sa come arrivare a fine mese perché in questo sgomitarsi l’uno con l’altro nella competizione senza esclusione di colpi che vige come regola implacabile in questo mondo per conquistarsi un posto al sole a lui, uomo probo, è toccato un posto al buio.

Perciò quando andrò a votare alle primarie del centrosinistra io me ne strafotterò delle categorie vecchio/nuovo, che per me sono vuote se non mi si spiega che cos’è il vecchio e cos’è il nuovo, ma deciderò tra chi vuole marcare una reale discontinuità rispetto al pensiero unico che ha omologato destra e sinistra negli gli ultimi decenni e chi vuole eludere questo nodo politico diluendolo in un mistificatorio scontro generazionale. C’è bisogno di aggiungere che voterò il “discontinuo” Bersani del patto tra i progressisti europei e non il “continuo” Renzi del blearismo che si accontenta di spostare le virgole di una teoria economica che ha fallito?

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LE BUGIE HANNO LE GAMBE LUNGHE

settembre27

Non ha fatto neanche tanto scalpore, ormai siamo mitridattizzati. Le balle non impressionano più, neanche le più spudorate. Come quella di Renzi che ha detto a Porta a Porta, non al bar che sotto casa sua, che a Firenze governa con SEL. Ecco, ai dinosauri estinti come me si arricciano le squame. E ripensano al Giurassico della Prima Repubblica, quella dei politici che mentivano, certo, ma con un po’ più di pudore. Perché l’onestà intellettuale era un valore e perciò non era bello essere sbugiardati. E questo era un deterrente, non la potevi fare tanto sporca. Nella Seconda o Terza Repubblica (non porto più il conto) invece Renzi può dire impunemente a qualche milione di spettatori che con SEL è un idillio strafottendosene della lampante verità che invece è uscita dalla maggioranza già dal 19 gennaio scorso.

Quindi le ipotesi sono: 1) il “ggiovane” soffre di quei gravi gravi disturbi della memoria tipici della senilità, è maturo per la rottamazione; 2) non ci ha fatto caso: è figlio di una riforma che ha trasformato i sindaci in podestà. Tutto è incentrato sulla sacra figura del sindaco, la rottura di un’alleanza programmatica non determina di per sè nessun terremoto politico se ci sono i numeri per governare, cioè (siamo sempre lì) se non viene meno il consenso intorno alla augusta persona del sindaco. Una notiziola sul giornale, un’alzata di spalle e la questione è archiviata; per cui ci si può pure permettere di essere approssimativi; 3) della serie: chi se ne fotte, io mo’ la dico, poi mi smentiscono, ma intanto l’effetto l’ho ottenuto. Un classico degli ultimi 20 anni.

Mettiamo che la verità sia un mix delle tre ipotesi: un ricordo confuso e lacunoso di qual è la maggioranza che lo sostiene perché perdere un pezzo di maggioranza non ha più alcuna valenza né politica, né simbolica, né di senso dell’azione amministrativa. E’ il sindaco il motore immobile dell’amministrazione, la maggioranza è solo un pallottoliere che conta i voti e le conviene assicurarne sempre abbastanza se no si torna a casa, che ca nisciuno è fesso. Per cui non c’è spazio per la mediazione, non c’è arma da far valere né di fronte né a scortesie politiche, né a fesserie nell’azione di governo, né a parole irresponsabili, né a peccati veniali, né mortali. E così abbiamo creato i presupposti per un mostro di classe dirigente che non si vergogna di niente, quando non ruba soldi pubblici vive di comparsate in televisione e di post e tweet in cui le spara alla qualunque. E le spara da circa 20 anni di così frastornanti che l’uditorio non distingue più le parole, gli rimane solo il suono, nessun problema con SEL, ci governo insieme, ovvìa, tanto la smentita non la faranno a Porta a Porta e chissenefrega se quando torno a Firenze trovo uno che mi dice: “Ma ti sei rincoglionito?”, le bugiè hanno le gambe lunghe, corrono veloci e non si riacchiappano più.

No, io Renzi non lo voto, lui è figlio di tutta questa roba qui, per lui le parole non sono pietre e invece io le voglio pesanti. Voterò quello che le soppesa prima di dirle per assicurarsi che non siano balle.

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QUANDO LA REALTA’ SUPERA LO SCHERZO

settembre25

Che tempi, non si riesce nemmeno più a scherzare. Ieri sera scrivevo questo post sulla Polverini: “Coraggio che da domani torni a Ballarò” e per poco non ho aggiunto: “Si fa per ridere, eh, Renata”. E chi c’è stasera a Ballarò? Quando la realtà supera lo scherzo. In Giappone hanno un’usanza barbara: quando uno viene sorpreso a fare qualcosa di infamante si uccide. In Italia va a in televisione a pontificare, invece di scegliere una via di mezzo, per esempio un decoroso ritiro a vita privata. Specialmente la Polverini che c’è nata in televisione. E può essere che ha ritardato le dimissioni di una settimana perché aspettava che Floris la rassicurasse sulla ripresa delle comparsate. Anche ora potrei aggiungere che sto scherzando, ma al punto in cui siamo non ne sono tanto sicura.

E niente di più facile che ci tornerà ogni settimana a raccontare quello che sapeva, ma non sapeva, cioè quello che sa oggi per poterci riempire qualche puntata di Ballarò, ma non sapeva quando si trattava di approvare i bilanci.

Ma quando si ha una frangetta nera che buca il video si passa indenni anche sotto le forche caudine di Crozza, che non la tratterà peggio di come tratta Bersani, per i comici i politici sono tutti uguali, sia quelli onesti e rigorosi, sia le comparse di una caricatura di Quo Vadis.

Perché Renata, diciamolo, in televisione faceva bella figura, per questo Floris ce la infliggeva tutti i santi martedì e una volta perfino l’intelligente Serra, della serie nessuno è perfetto, le ha dedicato un corsivo di apprezzamento. Aveva quello che si richiede ai politici da un po’ di anni a questa parte: non competenza, non pensiero coerente, non sguardo lungo e lungimirante, ma retorica. Affabulazione. Capacità di rapire l’ascolto per comunicare il niente. Puoi essere anche incapace di cuocere un uovo sodo, ma se dici tre o quattro scemenze con la posa giusta in televisione ti ritrovi governatore di una Regione, neanche la meno importante. Per massacrarla. Perché questo è il risultato di un cursus Honorum costruito tra la RAI, Mediaset e La7. E non sono più solidi i curricula maturati sparando post e tweet da un pc, l’Italia non sarà salvata da una classe dirigente selezionata dai “mi piace” sotto le cazzate che scrive a tutte le ore, in stato di veglia o semicosciente. E neanche il “vecchio” e il “nuovo” sono categorie utili: Fiorito nel ’93 era il “nuovo” che tirava le monetine a Craxi.

E’ che in Italia si inorridisce, ci si indigna, si sbraita e si vomita, ma mai che in un talk show o sulle pagine di un giornale, dopo che si è sparata antipolitica, si affrontasse il vero problema: la selezione delle classi dirigenti. Non conviene. Perché l’esito dell’analisi porterebbe a rivalutare il ruolo dei tanto vituperati partiti. Perché la migliore classe dirigente, quella che ha fatto dell’Italia un grande Paese, con la legislazione sociale più avanzata d’Europa, è venuta da lì. Dai partiti, dai disprezzati partiti che formavano quadri in grado di affrontare la complessità dell’amministrazione della cosa pubblica e che agivano come collettivo, senza deviazioni “personalistiche” da un percorso condiviso da iscritti e base elettorale.  Dai partiti dove “metterci la faccia” significava assumersi la responsabilità di realizzare un grande progetto discusso e approvato da una comunità. Ora significa sbatterla su un manifesto 6×6. Solitaria, autoreferenziale, ultimamente anche paradossalmente senza simbolo del partito, come nelle iniziative di Renzi. E importa fino ad un certo punto se quella faccia ha un programma serio o un elenco di punti collazionati alla meno peggio. Nell’esposizione mediatica, nell’utilizzo di mezzi retorici, nella sovraesposizione della faccia che pretende di rappresentare il “nuovo” si coglie comunque la continuità con il modello degli ultimi 20 anni: il destino di un Paese affidato ad una “soggettività”.

Spesso costruita in uno studio televisivo.

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