Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

LA PROVVIDENZIALE SCISSIONE

febbraio15

Mi si chiederà: ma che ti frega della scissione del PD, dato che hai aderito ad un altro progetto politico, Sinistra Italiana?

Penso che il futuro del PD debba interessare a tutte le donne e agli uomini di sinistra, prima di tutto per l’ovvia considerazione che anche un partito che non nasce per essere un satellite, ma per affermare la sua autonomia, non può prescindere dalla dialettica tra i partiti: un conto è avere a che fare con un PD indecente, un conto è confrontarsi con una forza politica con cui è possibile sedersi ad un tavolo (con il PD di Renzi non è possibile frequentare nemmeno lo stesso quartiere).

E già questo vale un brindisi alla scissione.

Il secondo bicchiere lo dedico al sollievo dell’eliminazione dell’equivoco che ha oppresso l’intero quadro politico, privato della dialettica tra destra e sinistra, schiacciato tra una destra che fa il suo dovere di rappresentanza dei dell’establishment e una sinistra che lo fa ancora meglio perché non deve nemmeno fare i conti con una degna opposizione. 

Un altro motivo per festeggiare è che la scissione, se sarà (ma non vedo margini per ricomporre la frattura) archivierà definitivamente il capitolo legge elettorale maggioritaria: Renzi farà filtrare qualche velina sulla stampa per confermare che quel 40% è suo, proprio suo, non del PD, intero o scisso, ma a quel punto arriverà l’ambulanza. 

E finalmente i partiti torneranno ad essere riferimenti ideali, si presenteranno agli elettori con un programma che si rivolge al pezzo di Paese che si propongono di rappresentare e ci libereremo, si spera, dell’ossessione del Centro, quello che con i sistemi maggioritari destra e sinistra si propongono di conquistare scrivendo programmi fotocopia e, peggio ancora, attuandoli. Con il proporzionale ognuno parlerà ai suoi, qualcuno parlerà finalmente ai lavoratori.

E poi c’è Pisapia. Qui sparo mortaretti, trik-trak e castagnole per lo scampato pericolo di una riedizione veduta e corretta del centrosinistra. Perché io non ho mai visto due che divorziano e fanno Natale insieme. Magari prima o poi si riparlano, ma appena dopo la rottura vengono alle mani se non li separano. Ed è un po’ improbabile un Campo Largo con dentro Renzi e Bersani, Orfini e D’Alema, Carbone e Speranza: uno dei due PD è di troppo, anche se non sono sicura che Pisapia sappia quale. Svanisce anche il sogno del 40% di Pisapia. Amen.

E infine c’è Bettini, e qui celebro il tripudio con un razzo. Finalmente non vedrò più sulla home la sua pagina sponsorizzata dove chiede a Renzi di riunire lui, cioè quello del Jobs Act, ecc. ecc., proprio lui, il Campo Largo. Tanto per contribuire alla coerenza del progetto di Pisapia, che a quel punto affronterà con unità di intenti temi quali: si va avanti con i voucher o si ripristina l’art. 18?  Si decide con la monetina o a morra cinese?

Speriamo di festeggiare domenica o al più presto.  

PISAPIA VEDO GENTE FACCIO COSE

febbraio11

Ho letto l’intervista di Aldo Cazzullo a Pisapia e devo dire francamente che ho fatto fatica a trovarci qualcosa di profondo. Apprendo che va in giro per l’Italia, della serie “Vedo gente, faccio cose”, ma, a parte l’intenzione di delimitare un campo di alleanze che comprende PD, liste civiche, ecologisti e poi si vedrà non rinvengo uno straccio di progetto, se non un generico intento di rifondare la politica.

E’ consapevole Pisapia che siamo di fronte ad una crisi di sistema, che occorre una lettura di fase, che è necessario affrontare nodi ineludibili, quali anche il rapporto con l’Europa, la questione dell’Euro, il contrasto all’ordoliberalismo, tanto per fare la lista della spesa, e che di fronte a questo quadro una forza di sinistra deve rispondere prima alla domanda “Che fare” e poi alla domanda “Con chi stare”?

Ho l’impressione di no. Indizi: esprimendosi su Renzi, udite udite che profondità di giudizio è contenuta nella risposta “Ha lati positivi: coraggio e, all’inizio, capacità innovativa. Ha portato a termine riforme ferme da decenni, a cominciare dalle unioni civili; ma ha anche sbagliato sul referendum e su altre riforme che si sono trasformate in controriforme, ad esempio sul Jobs Act. Dovrebbe ascoltare di più. E non ha capito che i corpi intermedi sono importanti; a cominciare dai sindacati”.

Tutto qui? Ha capito Pisapia che il Jobs Act non è un indidente di percorso del PD (tutto il PD, non solo Renzi) dovuto alla mancanza di ascolto dei sindacati? Pensa forse che riattrezzare qualche tavolo di concertazione basti ad allontanare il PD da politiche liberiste del mercato del lavoro? Ad un partito non liberista non sarebbe neanche venuto in mente di approvare quell’obbrobrio, anche senza sentire i sindacati!

A quale logica risponde il Jobs Act? A quella del monetarismo di Friedman, è tanto chiaro. Secondo questa teoria il mercato del lavoro, come quello dei beni, è sempre in equilibrio, cioè c’è sempre piena occupazione, purché non siano di intralcio i sindacati che, pretendendo barriere all’uscita (cioè ai licenziamenti) impediscono al salario di raggiungere il livello al quale le imprese ritengono conveniente assumere tutta la forza lavoro disponibile. In altri termini dietro ricatto di licenziamento i lavoratori si mettono in competizione tra di loro e la loro posizione arretra in termini di salario diretto (stipendio), indiretto (welfare e servizi) e differito (pensioni). E questa è una concezione del Paese di destra, non un momento di distrazione dal dibattito sindacale. Anzi, la distruzione dei corpi intermedi è funzionale all’attuazione di questo disegno ostile ai lavoratori.

Perciò quale campo largo di centrosinistra vuole costruire Pisapia senza risolvere questo tema centrale, che d’altra parte mostra di non avere capito nemmeno lui?

E mi rammarico che non sia nemmeno il solo, dato che Scotto ha definito l’operazione di Pisapia “ambiziosa”. Ambiziosa????? In cosa sarebbe, di grazia, ambiziosa, una strategia vecchia di almeno trent’anni, cioè un blando progressismo che si è esercita solo sui diritti civili, ma regressivo nei diritti sociali?

 

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IL CONSENSO DI D’ALEMA

gennaio28

Massimo D'Alemaalla festa democratica del Pd milanese che si svolge presso il Carroponte di Sesto San Giovanni, 13 settembre 2013. ANSA / MATTEO BAZZIButto giù le mie impressioni sull’iniziativa di oggi di D’Alema proprio nell’ordine in cui mi sono venute (ho il foglietto degli appunti) e senza alcuna pretesa di sistematicità:

  1. 1.La politica non è immagine e un logo non è nient’altro che un logo, ma poiché sono decenni che confondiamo l’immagine con il simbolico, non dobbiamo cadere nemmeno nell’errore opposto di non preoccuparci di quello che dice al cuore un colore o una parola. Se no non si capisce perché sventolavamo tutte quelle bandiere rosse alle manifestazioni: per fare la corrida? ConSenso è scritto in campo verde e non c’è nemmeno uno schizzo di rosso. E si capisce anche perché, ma siccome ho già detto che questo non è un discorso ordinato lo dico dopo.
  2. Non è serio liquidare D’Alema con sufficienza, lo dico ai suoi detrattori da sinistra. Si può essere d’accordo o meno con la sua linea, ma è un politico che sa fare un discorso coerente, è intellettualmente onesto ed è coraggioso. E’ lui che sta suscitando burrasche nella bonaccia appena mossa da qualche borbottio in cui regna Renzi. Ci sono manovre, certo, ma tutto sottotraccia; si sollevano critiche, anche questo è vero, ma senza chiamare alla mobilitazione. Chi arma le truppe è D’Alema, onore al combattente;
  3. A proposito dell’archiviazione della battaglia referendaria tra il fronte del SI’ e quello del NO non mi trovi consenziente, D’Alema, te lo dico con stima. Io penso che quel discrimine vada mantenuto. Perché attiene a due diverse concezioni della democrazia, l’una orientata alla governabilità, l’altra alla rappresentanza. E perché il progetto del SI’ era organico a questo assetto europeo, mentre il NO era aperto alla riflessione e messa in discussione di tale ordine. Nessun progetto di ricostruzione della sinistra può rimuovere questo dissenso tra le diverse visioni alla base del SI’ e del NO. Capisco la necessità di un progetto inclusivo, ma come ha detto bene Calvi: “La missione di questo movimento, in continuità con l’ispirazione della battaglia referendaria, è soprattutto quella di coinvolgere il numero più largo di elettori e militanti del centrosinistra in uno sforzo di rinnovamento politico e culturale, anche perché siamo convinti che nei valori di libertà ed eguaglianza sanciti nella prima parte della Costituzione ci siano i fondamenti per un programma del centrosinistra”. Beh, D’Alema, lo sai anche tu che l’esplicitazione piena dei principi generali della nostra Carta richiede il dispiegamento della più ampia partecipazione democratica nei luoghi dove si decide. Chi voleva sacrificare questo metodo democratico alla governabilità non so quale contributo possa dare al rinnovamento politico e culturale.
  4. Non è un partito, ma è un movimento che per il momento rimane nel PD perché intende scalarlo al Congresso: ho capito bene? Se il Senso  dell’iniziativa è proprio questo ti dico subito, caro Massimo, che guardo con molto interesse e simpatia alla tua proposta: un conto è quando il campo che dovrebbe essere dei progressisti è ingombrato da un bullo senza senso dello Stato e per di più di destra (ma ci rendiamo conto della tragedia?!?!?), un conto è un centrosinistra dove la tua parola è forte. Quindi non mi troverai tra i critici e oppositori della tua operazione, anzi ti auguro il successo. Ma non sarò della partita. Il PD è irrecuperabile per due motivi: a) è venuto a maturazione l’equivoco che aveva contrassegnato la sua nascita, cioè il compromesso al ribasso delle culture da cui proveniva; b) la sua “connessione sentimentale” con il pezzo di popolo di cui era riferimento è così sfilacciata che non è più possibile recuperarla. Per cui il Congresso, che tu giustamente reclami, non potrà essere altro che uno spostamento di truppe da una leadership all’altra, ma senza l’apporto di passione di un’ampia partecipazione di uomini e donne. Sono scappati tutti e quei pochi che sono rimasti guardano il mondo con occhi diversi, per cui un congresso vero sulle idee non potra che essere divisivo: quale sintesi vuoi trovare con i fan del Jobs Act? Toccherà ad un altro soggetto il compito di ristabilire la connessione sentimentale, un soggetto che saprà parlare agli uomini e alle donne escliso dai fasti della globalizzazione, alle periferie ed al disagio con un progetto più preciso di quello di un generico progressismo;
  5. Per cui puoi rimettere da subito un po’ di rosso nei manifesti di ConSenso, tanto le posizioni si radicalizzeranno e forse non arriverete nemmeno al congresso. Renzi è una belva ferita e le belve ferite non sono inclini alla riflessione e all’analisi, mordono, incornano e tirano calci, prenotate il Colosseo per il congresso, sempre che arriverete a celebrarlo.
  6. Comunque, nonostante il quadro pessimista che ti ho descritto, hai il mio plauso. Hai fatto la cosa giusta: sarà probabilmente scissione e tu sei l’unico che avuto ha il fegato di averla messa all’ordine del giorno.

IL PARADOSSO DEI TRUMPISTI DI SINISTRA

gennaio21

TRUMPUn intelligente post su FB (che troverete copiato nei commenti) richiamava l’attenzione su un segmento di politica che teoricamente non dovrebbe esistere, eppure c’è: i trumpisti di sinistra.

Da dove saltano fuori larvate simpatie, o comunque non aperte ostilità, nei confronti di Trump che serpeggiano a sinistra?

Penso da un intreccio di ragioni di cui però ha avuto evidenza nel dibattito pre e post elezioni solo la prima: la percezione di Trump come figura antisistema in opposizione alla Clinton, che invece è la mandataria dell’establishment.

Possiamo anche metterla così: il nemico del mio nemico ecc. ecc.

Ma possiamo anche dire: Trump ha raccolto i consensi dei soggetti sociali antisistema e pertanto il diavolo non è così brutto come lo si dipinge per una sorta di transfert.

In realtà non c’è da schierarsi né dalla parte del diavolo né da quella della diavolessa: sono le due facce della destra, una liberista e l’altra protezionista. Se quest’ultima appare antisistema è solo perché il crollo del muro di Berlino sembrava aver aperto immense praterie dove la finanza poteva scorrazzare senza limiti mettendo fine alla storia, come diceva quel teorico mezzo americano e mezzo giapponese, Fukuyama, che, detto per inciso, di storia non capiva una beneamata cippa, pur dovendo conoscere, per provenienza, quella dell’Oriente e quella dell’Occidente.

Evidentemente il decile più ricco della popolazione mondiale aveva pensato che ci sarebbe stata abbondanza eterna per tutti loro e che gli altri nove decili erano fuori combattimento e destinati fino alla fine dei tempi all’apatia postdemocratica. Ma siccome, a dispetto di quello che pensano “lor signori”:

1) il mercato non è un sistema perfetto in quanto fondato sull’operatore economico razionale (ma dove l’hanno mai visto  il consumatore razionale?). E’ imperfettissimo ed è stato agitato nel corso della storia da crisi ricorrenti che si è procurato da solo, senza il concorso del movimento operaio. Anzi, nel trentennio che va dal 1945 al 1975, contrassegnato da conquiste democratiche e sociali, i tassi di crescita erano più che soddisfacenti, non la miseria odierna;

2)  l’establishment, le élite, i poteri forti, chiamateli come vi pare, non sono un monolite, ma un mondo febbrile in conflitto (è la concorrenza, bellezza!) in cui operano rapporti di forza anche territoriali. Il mondo non è tessuto globale uniforme, alla faccia della retorica dell’assenza di steccati, i luoghi in cui si addensano interessi fanno resistenza e udite, udite …… il tedesco Berger si accorge che perfino la Germania ha esaurito la spinta propulsiva dell’euro, la globalizzazione de noantri, che pure era stato coniato a sua immagine e somiglianza.

Conclusione: fine della fine della storia, la globalizzazione senza vincoli non è finita, ma non sta tanto bene e una parte del capitalismo riscopre il protezionismo e il bello è che ha anche trovato il suo campiuone: ha una cravatta rossa (ma i comunisti non c’entrano) e un pagliaio in testa. 

Ok, assodato che siamo di fronte ad una dialettica liberismo-protezionismo interna al capitalismo, la domanda è la solita: che fare?

Invece di scatenarci in una rissa tra cosmopolitismo clintoniano e nazionalismo trumpiano e smetterla una buona volta di inseguire le mode dei nostri avversari, sarebbe il caso di scartabellare la nostra storia, ci potrebbe riservare sorprese. L’internazionalismo, per esempio, che è cosa diversa dal cosmopolitismo, anche se da circa trent’anni li confondiamo. L’internazionalismo è fratellanza tra le nazioni, non liquefazione delle nazioni. Cioè quegli spazi nei cui confini vigono leggi che il movimento dei lavoratori, con le giuste battaglie, può ottenere in suo favore. Non uno spazio planetario dove i rapporti sono regolati dal TTIP, che sono arbitrati privati tra potenti. 

Nessuna simpatia per Trump, non mi aspetto niente di buono da un riccone che ha già avviato lo smantellamento dell’Obamacare. Ma se la globalizzazione piccona se stessa le sinistre non potrebbero fare cosa più stupida che tappare le falle con le dita. 

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