Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

NON C’E’ “SPRINT”

agosto16

SPRINTImmagino che quello “Sprint” che campeggia sul manifesto della Festa di Sinistra Italiana che si terrà prossimamente a Pescara voglia intendere ciò che la parola significa in tutti i vocabolari, cioè “scatto in prossimità dell’arrivo”.

Mi sono persa qualcosa? Sinistra Italiana, alla quale ho aderito dopo aver lasciato il PD per più che ovvi motivi, è nell’imminenza di un approdo? Su quale lido, porto o pista di atterraggio?

E qual era la rotta o il piano di volo?

In attesa che ci sia svelata la sorpresa a Pescara provo ad esprimere le perplessità, accompagnate da preoccupazione, che mi ha suscitato il manifesto.

Quando si avvia un progetto politico la domanda da farsi non è tanto “chi sta con noi” (SEL, i fuoriusciti dal PD, i centri sociali, gruppi di ambientalisti …….), ma “perché questo nuovo soggetto? Quale rappresentanza deve dare?”. Se si sbaglia domanda c’è la matematica certezza di non fare un partito, che vive di persone che si sentono rappresentate e per questo sono disposte a dare il proprio contributo, ma un’operazione di riposizionamento di ceto politico, che prima era sotto la bandiera di SEL o del PD e dopo sotto quella di Sinistra Italiana. Peggio: l’ineluttabile esito è quello di confezionare né più né meno un brand da spendere nel marketing politico, come un nuovo marchio di tonno nel mercato dei prodotti in scatola. Il tonno sarà anche di migliore qualità, ma il mercato con le sue regole sempre quello rimane.

Ma mi era parso di capire che la posta in gioco era ricostruire una cultura politica di sinistra in Italia da cui partire per riprendere le battaglie politiche sul lavoro e la democrazia.  E che contestualmente cambiasse le regole della politica volgendo il modello attuale dei partiti-involucri-vuoti-senza-contenuto riconoscibili solo dal leader del momento in un sistema partecipato di conflitto tra diverse rappresentazioni del futuro. Ed è condicio sine qua alla credibilità del progetto la riconoscibilità in un’identità anche simbolica.

E’ evidente che l’avere privilegiato il momento della “chiamata a raccolta” sotto una sigla rispetto a quello della elaborazione politica ha prodotto quel capolavoro che è Sprint, che può stare indifferentemente sul manifesto di un partito di sinistra, di centro, di destra, come anche sul materiale pubblicitario di una stabilimento balneare.

Mi chiedo: sono già stati stampati i manifesti? C’è già stata un’anticipazione di spese? In caso contrario chiedo, da aderente a Sinistra Italiana, di ripensare la comunicazione per la Festa a Pescara prendendo come riferimento i temi discussi nelle varie iniziative che ha tenuti Sinistra Italiana.

Mi chiedo anche: l’ombrellone e slogan insignificante annesso sono opera di un’agenzia di comunicazione?  Nel caso, chi ha vagliato il manifesto, dato che Sinistra Italiana è ancora destrutturata e non è stata formalizzata una catena di responsabilità? E’ stato, nonostante l’incompiutezza organizzativa, sufficientemente condiviso?

E ancora: quando la comunicazione politica assume una rilevanza preponderante rispetto ai contenuti è evidente che il risultato non può essere che qualcosa di colorato che però non fa appello a nessun sentire della comunità-partito. Sarebbe il caso di avviare una riflessione sulla “voracità” della comunicazione che fagocita il pensiero politico. La comunicazione deve essere cura di compagni creativi e non di agenzie esterne: almeno sanno quello che vogliono dire.

Non siamo ancora allo Sprint, c’è ancora tanta strada da fare.

 

 

NAPOLITANO E LE BALLE DEL CAZZARO

agosto10

GIORGIO NAPOLITANOCapita anche a voi di rimanere basiti e non saper rispondere quando una ve la spara tanto grossa da non farvi credere a quello che avete udito?

Eh, a me con Renzi capita quasi sempre.

Mi capitava anche con Berlusconi, ma me ne facevo una ragione: mi dicevo che era una declinazione della destra demagogica e cialtrone, dunque una cultura politica lontana dalla mia di cui non porto responsabilità.

Renzi invece è sbocciato dal seno della sinistra, d’accordo, a seguito di un’OPA dei poteri forti, ma laddove c’è un’Opa c’è anche chi vende. Perciò no, porca majella, non riesco a farmi una ragione di questo bubbone esploso in un corpo che doveva essere sicuramente malato terminale, altrimenti avrebbe reagito.

E che fosse un corpo con un piede nella fossa ce l’ha spaparanzato lui in faccia in una sua comparsata in una festa de L’Unità.

Dopo aver millantato 500 milioni di risparmi derivanti dalla riforma costituzionale (ma de che? La Ragioneria dello Stato ne ha stimati 57,7, cioè un decimo, e da quelle parti i conti li sanno fare); dopo aver sputato sull’amor proprio dei militanti barattando sacrosante misure di contrasto della povertà con la modifica di 47 articoli della Costituzione (e se si vuole sostenere il reddito della classe media che si va sempre più proletarizzando che si fa? un golpe militare?), non pago di avere sparato cotante balle ha svelato il mandante della riforma: Napolitano.

E stavolta c’è del vero, porca majella, per questo bestemmio il sacro monte della mia terra, perché non ci sarà la mano di Napolitano sulla sgrammaticatura politica e giuridica della peggiore riforma costituzionale mai concepita, ma c’è il suo pungolo nel disciplinare con una mano di decisionismo il dissenso nel Paese che si stava facendo un po’ troppo vivace. E c’è la sua vecchia avversione per la critica espressa dai movimenti, quel malanimo che gli ha fatto chiudere la porta in faccia al ’68, mentre Longo apriva spiragli.

E una sola cosa Renzi non ha rottamato della tradizione comunista. Ha rottamato le istanze sociali che rappresentava, ha rottamato la sua strenua difesa della democrazia, ma non ha rottamato e anzi ha valorizzato il lato più ambiguo che serpeggiava in una parte del PCI: la diffidenza per il dissenso politico e sociale. La vicenda del Manifesto narra di questo vizio. Invece tutto il buono, ed era un immenso patrimonio, alla discarica.

Bene, Napolitano, ce l’hai fatta a fare fuori i pasticcioni che guardavano ai movimenti e ai fermenti della società.

Ora ti meriti gli applausi che ti ha chiamato Renzi, per cui, forza, fai una bella dichiarazione, tanto esterni un giorno sì e un giorno no, e conferma il suo scoop. E già che ci sei conferma pure che i milioni di risparmio sono 500 e non poco più di 50 e che ci voleva una riforma costituzionale per provvedere ai poveri, se ti regge lo stomaco.   

 

SPARTA, L’ORDOLIBERALISMO, LA LOTTA DI CLASSE E ……..

luglio31

MERKELSinn, cioè quel tipo convinto assertore dell’uscita della Grecia dall’UE, purtroppo autorevole ideologo dell’ordoliberalismo, ha tirato fuori una proposta che sarebbe incommentabile, ma che ahinoi non può essere ignorata perché quello che dice Sinn prima o poi si fa.

In cosa consiste?

  1. Si chiudono le frontiere dell’Europa agli extracomunitari;
  2. la mobilità intraeuropea continua ad essere garantita;
  3. però, siccome il welfare rischia di collassare, occorre introdurre limitazioni al welfare agli immigrati.

Quindi, secondo lui, un Italiano, o uno Spagnolo, ecc. ecc. che va a lavorare in Germania, viene degradato a lavoratore di serie nemmeno B, ma una lettera molto in basso nell’alfabeto.

Alessandro Vassalli, che gli risponde a dovere nell’articolo che pubblicherò nei commenti, evoca quel sereno paradiso che era l’antica Sparta, che non riconosceva nessun diritto agli Iloti, anzi erano prede degli Spartiati, cioè i figli di papà, che la notte andavano a caccia di questi poveretti per giocare alla guerra, che era la loro fissa.

Il tipo ha trovato un altro sistema per assicurare alla Germania surplus commerciali, dato che gli immigrati, privati pure dei diritti, saranno un godibilissimo esercito di riserva della manodopera a costo zero, poiché non graveranno sullo stato sociale.

Siamo sicuri che Sinn è dispiaciutissimo di dover fare dei lavoratori figli e figliastri, quello tedesco della scrivania di destra fruitore degli assegni famigliari e quello portoghese della scrivania di sinistra invece no, ma che ci volete fare, se no il welfare collassa.

Quindi il fiscal compact, finalizzato all’armonizzazione delle politiche fiscali, che a sua volta doveva servire a creare uno statuto europeo di cittadinanza, era una fregatura? Che simpaticoni, ci avete fatto una scherzo divertentissimo ahahahahahah.

Però se ci ripenso non è poi così divertente, perché lo scenario apocalittico che immagina Salvini con personaggi extracomunitari in realtà lo stanno anticipando gli ordoliberali con un cast tutto europeo.

Perché affrontare il problema del welfare tagliando la testa al toro, cioè il welfare ad una parte dei residenti, creerà conflitti, tensioni e rancore che si riverbereranno sui nativi delle classi popolari, quelli a contatto con i lavoratori malpagati e disprezzati: “lor signori” abitano in quartieri tenuti in sicurezza dal disagio sociale. E saranno sempre i lavoratori nativi a subire la pressione sui diritti del lavoro e sulle retribuzioni dovuta alla concorrenza degli immigrati.

Ma Sinn sostiene che questo è l’unico modo per difendere il welfare dal collasso e salvare l’Europa. Invece se collassa la società, e potete starne certi che collasserà dilaniata dalla guerra dei poveri, l’Europa sta serena e tranquilla.

Quando si decideranno a tirare una metaforica pedata a questi tromboni con la monomania della stabilità, dei conti a posto  ecchissenefrega se si fa macelleria sociale saranno già stati prodotti danni irreversibili, e senza che uno di questi professoroni abbia spiegato perché mai ridurre la spesa pubblica e affamare i lavoratori debba produrre crescita!

E non saranno costretti a spiegarlo, nemmeno tra le macerie (che ci volete fare, effetti collaterali) perché la sinistra storica non glielo chiede, convinta da Blair in poi che larga parte della popolazione abbia vissuto per molto tempo al di sopra delle proprie possibilità.

Sopra le proprie possibilità una cippa, dato che le disuguaglianze sono aumentate indecentemente.

Ma la sinistra bella addormentata nel bosco si limita ad enunciare politiche inclusive per l’immigrazione, a predicare l’accoglienza contro la xenofobia, che d’ora in avanti, se la spunta Sinn, diventerà anche intracomunitaria.

Beh, c’è solo un modo per fare inclusione e tenere fede ai nostri sacri principi internazionalisti: fare la lotta di classe. Ricominciare la battaglia per far pagare il mantenimento del welfare al decile di popolazione che si è arricchito sproporzionatamente a discapito dei nove decili che si sono impoveriti.

L’accoglienza è un grandioso principio della sinistra, ma è come le nozze: non si fa con i fichi secchi, qualcuno vi deve mettere risorse e non possiamo chiederle a chi ne è già stato privato.

Chiedere più stato sociale e più inclusione senza puntare il dito sui forzieri da cui attingere non è degno di una sinistra vera: è da predicatori illuministi.  

SCALFARI E IL POPOLO SOVRANO

luglio24

EUGENIO SCALFARIOggi Scalfari ci dice su Repubblica senza ipocrisie quello che avevamo già capito: che lui non crede nel popolo sovrano e che il governo deve essere affidato ad un’oligarchia che sa governare. Perché non crede nel popolo sovrano lo dice qualche riga sopra: perché per metà non va a votare e quindi se ne fotte dell’interesse generale e un’altra metà dei rimanenti vota in base ad interesso particolari e quindi anche questa se ne fotte degli interessi generali. Insomma solo un quarto del popolo è moralmente e intellettualmente degno di esercitare la sovranità. Invece la sua oligarchia è integerrima e vocata alla cura dello Stato, non sbaglia, non ruba, non ha il vizio del nepotismo e meno che mai ha interesse a conservare la sua poltrona: su cosa ripone questa illimitata fiducia?

Ma ha espresso anche un altro concetto interessante: questa schiatta di oligarchi cervelloni ha bisogno del sostegno popolare. “Non più di questo”, si premura di sottolineare, ma se questa base cede, la classe dirigente va in crisi e lo Stato va a puttane. In altri termini: popolo, non sovrano perché sei una capra, mi raccomando fai la claque ai geni che ti governano perché hanno studiato nelle migliori università e sono illuminati. Il popolo come serbatoio di consenso, ma per carità per il resto lasciamolo stare perché non capisce niente.

Paragonati a Scalfari gli élitisti Mosca e Pareto erano più progressisti. Ma anche Erodoto, che almeno apriva il dibattito sulla migliore forma di governo, se la monarchia di Dario, l’oligarchia di Magabizo o la democrazia di Otane.

A parte il fatto che solo l’utopia (o distopia) della democrazia diretta ha ipotizzato il superamento delle classi dirigenti nelle funzioni di governo, e che quindi il senso della democrazia risiede nella selezione operata dai cittadini della classe dirigente, una domanda a Scalfari mi sorge spontanea: se il popolo è una schiappa, chi legittima questa élite adamantina? Come tutti gli elitisti Scalfari risponderà: il merito.

Il merito è quella bella parola che campeggia nelle slides della sinistra leopoldina e che viene spacciata come il principio primo della democrazia: cosa c’è di più democratico dell’assegnare i ruoli nella società, e quindi pure di governo, del merito, che può essere posseduto da tutti, ricchi o poveri, figli di papà o figli di nessuno, basta solo farsi il mazzo?

Già. Peccato che non esista un metodo oggettivo per misurare il merito delle élite al governo, a meno che non l’abbiano trovato per giustificare il ministero della Boschi. Immagino il test: grado di vicinanza con il premier.

Perché che lo ammetta o no, caro Scalfari, l’oligotecnocrazia senza popolo a cui pensa Lei è selezionata per cooptazione, non per doti politiche, profondità di pensiero e visione lunga. E’ associata al governo dai predecessori perché nulla cambi dell’esistente: l’austerità, i conti in ordine, lo smantellamento dello stato sociale, la flessibilità del mercato del lavoro. Polli di allevamento covati in università prestigiose senza mai aver avuto a che fare con una battaglia o un conflitto sociale. Monti ha mai visto un lavoratore che guadagna 800 euro al mese?

L’unica classe dirigente degna è quella che si fa le ossa metà giornata studiando e metà entrando nei conflitti del lavoro, nei disagi del quartiere, tra il “popolo sovrano”. Con uno scambio continuo di sapere tra élite politica e base popolare. Da quando la Sua eccellente classe dirigente, tra cui l’apparato del Suo giornale, ha dichiarato guerra ai partiti, qualcuno ha fatto più questo esercizio? Da quando Repubblica ha fatto la scoperta del partito liquido veltroniano, senza nerbo di popolo, qualcuno ha più tessuto i fili tra governanti e governati?

Ora invece Lei invece di fare autocritica ed ammettere seppure in ritardo, che sì, i partiti erano l’anello di congiunzione tra classe dirigente e “popolo sovrano”, il crogiuolo in cui si formavano ed elevavano entrambi, in cui la democrazia trasformava la massa senza qualità, per dirla alla Tocqueville, in cittadinanza attiva e consapevole, vuole eliminare il “popolo sovrano”.

Siete furbi voi di Repubblica.

 

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