Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

IL PD HA 10 ANNI E ANCH’IO NON STO MOLTO BENE

ottobre15

Io c’ero al battesimo del PD e no, non mi accorsi che stavamo facendo nascere qualcosa di insano.

Feci diligentemente il mio intervento al congresso del circolo e dissi che sì, mi convinceva quel progetto di fusione delle culture politiche laiche e cattoliche progressiste del Paese. D’altra parte già si governava o ci si candidava a governare insieme e quindi tanto valeva portare il livello di mediazione dai gruppi dirigenti alla base. 

Era soprattutto questo che mi faceva propendere per l’adesione al progetto: la collocazione del dibattito tra le diverse culture non più nei piani alti del governo, ma nei luoghi della militanza, nel basso. Azz che bello!

E ora, dieci anni dopo, mi trovo qui a chiedermi come ho potuto prendere un abbaglio così grosso.

Come ho potuto scambiare un’alleanza con un’unione definitiva, peggio, con una melassa che stingeva tutte le anime progressiste. Che invece, conservando la propria autonomia, avrebbero potuto elaborare tanto pensiero.  

Ed era facile prefigurare un magma aideologico dove tutti i temi corrono in superficie e lì si ferma l’approfondimento, senza radicalità, se no si urtano le altre sensibilità.

Eppure già allora, ricordo bene, la domanda più urgente che rimbombava nei circoli DS era: “Eh, ma come facciamo a metterci d’accordo sui temi civili, le unioni omosessuali e la fecondazione assistita?”.

Non era: “Abbiamo deciso di archiviare definitivamente la nostra impronta di classe o pensiamo di coniugarla con l’interclassismo dei nostri amici eh DC? E se sì, come?”. Niente, questa domanda non agitava nessuno.

Ma io non sentii il campanello d’allarme. 

E ci condannammo a un destino senza ideologia e senza riferimento sociale. Poi ci chiediamo da dove sia potuto spuntare Renzi.

Me ne andai dal PD portandomi dietro il mio fardello di colpe. 

E in questi giorni il PD festeggia il suo decimo anniversario poveramente in un teatro e non nelle piazze, perché di popolo non ce n’è.

Il PD compie 10 anni e anch’io non mi sento tanto bene. 

 

 

 

 

 

 

LA SINISTRA PETALOSA DI REPUBBLICA

ottobre7

Ormai dovrebbe essere chiaro anche a chi ha vissuto negli ultimi dieci anni nel deserto che:

  1. Repubblica, renziana della prima ora, ha sponsorizzato Renzi, ma non perché convinta delle sue eccelse doti di statista (e ci mancherebbe), ma solo perché funzionale al disegno di eliminare definitivamente ogni residuo politico e culturale di socialismo dalla sinistra;
  2. per Repubblica e i suoi riferimenti la sinistra deve essere aideologica, senza alcuna declinazione “di classe”, con base elettorale inclusiva anche di pezzi ampi della upper class, basta che condividano le parole d’ordine liberal  antirazziste, antiomofobiche e tante altre cose belle da sinistra petalosa;
  3. perciò il leader ideale di questa sinistra figa e petalosa deve essere una figura irenica, inclusiva, che in generale aborre lo scontro e in particolare quello di classe, tranne che con i populisti, razzaccia plebea;
  4. che per Repubblica Renzi, fatto il lavoro sporco di candeggiatura del PD e eliminate le residue macchie della cultura politica cattolica e comunista non è più buono nemmeno a portare il caffè quando si fanno le riunioni e perciò occorre un altro figurante, abbastanza vanesio e pieno di sé da pensare di essere in grado di guidare la sinistra verso luminosi traguardi;
  5. che questo omino mezzo incosciente e mezzo temerario sarebbe Pisapia;
  6. che Bersani è convinto che in Italia una sinistra che assuma una posizione di scontro contro questo disegno non abbia alcuna possibilità, per cui conviene ingoiare il rospo Pisapia, farselo piacere, e poi, semmai, provare a condizionarlo, per esempio ripetendogli ogni cinque minuti, fino allo sfinimento, che bisogna ripristinare l’art. 18 o almeno il 17 e mezzo;
  7. che quanto espresso al punto 6. è l’unica ragione per cui Pisapia è sempre in mezzo alle scatole, anche se non lo sopporta nessuno.

Per cui a questo punto è chiaro a tutti, compreso il tizio ritornato dall’eremitaggio nel deserto, che lo scontro su Pisapia è solo la proiezione teatrale di un altro scontro: quello sull’esistenza e la credibilità di un quarto polo nell’offerta politica del Paese, ossia quello di sinistra con connotazione di classe, che si aggiungerebbe a quello del PDe suoi satelliti, a quello dei 5 Stelle e a quello di destra.

Ma così il dibattito su Pisapia si sveste degli accidenti personalistici e arriva alla sostanza: lo scontro su Pisapia non è un confronto sulla leadership che rientra nella competizione fisiologica tra diversi modi di declinare una stessa visione, ma scegliere se rinunciare, e stavolta per sempre, a una sinistra autonoma e alternativa rispetto all’inutile orpello liblab a cui è stata derubricata negli ultimi decenni o tenere accessa una prospettiva di riscatto.

E ne consegue anche che serate tra Bersani, Errani e Pisapia come quella del 5 ottobre per cercare di portare il federatore sulle posizioni di MDP o comunque di inchiodarlo sull’alternatività rispetto al PD sono non solo inutili, ma nocive.

Inutili perché Pisapia ha la sua ragione d’essere nel suo ruolo di cerniera tra il PD e una sinistra timorosa di assumere posizioni all’altezza dello scontro politico attuale: gli vogliamo chiedere di non essere Pisapia?

Nocive perché fuorvianti: il problema di oggi della sinistra è riconquistare con una proposta politica i riferimenti sociali storici della sinistra, non agganciare personaggi per togliere figurine dall’album del PD.

Pisapia lo si può lasciare tranquillamente al caravanserraglio Renzi-Bonino-Calenda e altri fenomeni: meglio regalare a Renzi qualche manciata di voti della sinistra figa e petalosa di Pisapia piuttosto che continuare l’assenza dall’orizzonte di milioni di ultimi e svantaggiati.

 

 

 

UNA SINISTRA UNITARIA E COMPATTA di Paolo Desogus

settembre28

Uno dei peggiori lasciti del veltronismo, ben presente anche nell’area degli scissionisti della prima (SI) e della seconda ora (MDP) è l’idea che la sinistra sia la composizione di identità diverse tra loro. Sarebbe per questo sufficiente raccogliere un po’ di cattolici, un po’ di precari, un po’ di cassaintegrati del sud, un po’ di imprenditori vittime della crisi, un po’ di operai, un po’ di omosessuali, un po’ di ricercatori emigrati, per fare una sinistra o centrosinistra “largo e plurale”. In questo ragionamento c’è un profondo limite culturale che risponde all’ideologia – di matrice neoliberista – secondo la quale il compito della politica sia quello di riconoscere le identità formatesi al di fuori del gioco politico.

La sinistra non dovrebbe dunque fare altro che raccogliere idee e punti di vista già presenti nella società, metterli insieme, farli dialogare e cercare un leader federatore che porti i suoi soggetti sociali alle elezioni. Sia chiaro, è naturale che una società complessa necessiti di mediazioni, ma queste mediazioni devono servire a costruire un’identità generale, un progetto collettivo che trascende le singole particolarità. La politica non è la somma di interessi particolari.

E’ questo il motivo per cui è tornato ad essere attuale il concetto di popolo. Con questa parola antica, che ricorda battaglie politiche del passato si intende un soggetto sincretico che tiene insieme realtà sociali diverse e che dà verticalità alla loro unione attraverso un progetto generale.

Da quello che però emerge nei dibattiti di queste settimane, sembra invece che siamo condannati a sentir ancora parlare di una “sinistra larga e plurale” attraverso una operazione di ceto politico che come la vecchia Sinistra arcobaleno e Rivoluzione civile assembla leader auto affermatisi come rappresentati di una data identità sociale del paese, senza che vi sia un reale progetto unitario che indichi una traiettoria e un orizzonte – che per me è quella della redistribuzione della ricchezza e dell’economia mista e in lunga prospettiva della socializzazione dei mezzi di produzione.

La sinistra di cui si parla oggi è invece una sinistra senza aggettivi, incapace di evocare alcun sentimento popolare. Una sinistra che veltronianamente tiene insieme tutto senza saper trovare una sintesi generale. Una sinistra dunque senza speranza, senza futuro, destinata a frammentarsi il giorno dopo le elezioni nel mosaico irregolare di identità che precariamente la formano.

RENZI E’ DI SINISTRA? Di Paolo Desogus

settembre20
Mi dicono che ieri sera Renzi, in una trasmissione televisiva, ha affermato di “essere di sinistra”.
In molti hanno protestato, altri si sono fatti anche qualche risata.
Deluderò forse qualche compagno, ma non credo che ci sia di che prendersela o ridere: credo infatti il nostro ex premier abbia tutto il diritto di farlo. Renzi è anzitutto di sinistra perché ha proseguito e completato le politiche degli anni Novanta quando gli eredi del Pci e del cattolicesimo sociale erano al governo: la precarizzazione del lavoro, l’esclusione dello stato dall’economia, la riforma in senso liberale della scuola, il principio di sussidiarietà (cioè di delega al privato) nella sanità non iniziano con Renzi, ma con i suoi predecessori di Ds e Margherita. Renzi le ha semmai completate, portandole alle estreme conseguenze La stessa cultura antiparlamentare, votata a conferire più potere all’esecutivo a detrimento della rappresentanza, ha le sue radici negli anni della sinistra al governo.
Poi, certo, molti dei protagonisti di quella stagione hanno votato No alla riforma Boschi-Renzi. Ma non deve affatto sorprendere che una parte importante di ceto politico e di elettori del vecchio Ulivo abbiano invece votato Sì.
Molti di loro hanno votato coerentemente con un indirizzo politico nato in precedenza. Renzi è allora di “sinistra” perché questa parola ha nel corso degli anni subito una trasformazione semantica che ne ha ribaltato il senso originale finendo per diventare il termine che indica scelte politiche di tipo neoliberale.
Accusare allora l’ex Presidente del consiglio di indebita appropriazione politica o di essere l’usurpatore degli eredi della tradizione comunista o del cattolicesimo sociale è un modo per rinviare ancora una volta un’analisi critica di cosa siano stati i governi dell’Ulivo e quale sia stato il reale significato politico delle scelte prese dai suoi ministri. Bisognerà prima o poi riconoscere che il renzismo nasce ben prima di Renzi. La stessa gestione del partito politico – personalistica e verticistica – è nata con Prodi e Veltroni e per molti versi, nonostante la scissione, continua ora in Mdp e sebbene in forma molto meno accentuata persino in SI.
Se allora Renzi è di sinistra è perché il senso che è stato dato a questa parola è contrario a quelli che dovrebbero essere i valori di sinistra: cioè la giustizia sociale, l’emancipazione attraverso il lavoro, il diritto a una vita dignitosa e non dipendente dalle oscillazioni del capitale. Da qui una conclusione amara: parlare di “sinistra” senza un aggancio concreto alla realtà, senza recuperare una generale strategia del conflitto tra capitale e lavoro non ha senso. Così come non ha senso continuare a evitare che accanto alla parola sinistra non ci siano aggettivi. La sinistra deve indicare un indirizzo politico, un orizzonte, una visione del mondo: può essere socialista, laburista o anche liberale, come in fondo quella di Renzi (e per la verità anche di molti suoi finti oppositori). Parlare genericamente di sinistra è parlare di tutto e niente.
 

 

« Older Entries

befana

like box

contatore

4w


adsense1