Lucia Del Grosso

Lucia Del Grosso

Grande è la confusione sotto il cielo ……..

IL VOTO UTILE E IL VOTO UNICO

maggio22

Cuperlo GianniIeri ho letto un articolo bellissimo di Michele Prospero sul ricatto del voto utile che mi ha dato lo spunto per affrontare un’altra categoria del filone catastrofico-elettorale: il voto unico.

Per la verità anche Prospero aveva introdotto nel citato articolo questo tema, ma alla luce dell’intervista di stamattina di Cuperlo su Repubblica direi che c’è altro da aggiungere.

Dice Cuperlo che ha votato la sciagurata riforma costituzionale di cui è madre costituente la Boschi perché “un altro passaggio a vuoto sarebbe stato un danno”. Lo stesso avvertimento è stato lanciato da Reichlin qualche giorno fa.

Io troppe cose vorrei sapere da Cuperlo, ma in particolare una: perché la bocciatura di una riforma costituzionale deve essere per forza un danno. Per quale motivo la Costituzione prevede Il referendum conservativo sulle proposte di revisione della medesima? Per pura formalità? E’ questo il messaggio che volete rivolgere ai cittadini chiamati a partecipare alla scrittura di una nuova Carta: “Potete votare, ma mi raccomando votate SI’ perché le riforme costituzionali non si possono assolutamente bocciare”?

Ma abbiamo per caso approvato la riforma del centrodestra? NO! Il giorno dopo si sono per caso scatenati il terremoto, l’eruzione del Vesuvio, la peste, l’invasione delle cavallette, la resurrezione dei morti? E allora perché se non passerà questa ciofeca di riforma si abbatterà su di noi l’apocalisse?

 Forse il pericolo che paventate è la bocciatura di una classe dirigente perché incapace di fare una riforma decente e di conseguenza l’accelerazione della deriva antipolitica? Ah, ma guardate che le classi dirigenti sono sottoposte a verifica dei governati, non devono essere necessariamente promosse, possono essere pure bocciate: si chiama democrazia.

Non vi sfiora il dubbio che il vero pericolo non è il voto libero dai ricatti, ma il voto unico perché solo una può essere la risposta alla crisi istituzionale del Paese?

Non vi sorge il sospetto che la catastrofe definitiva è invece l’involuzione della sinistra oltre che sui temi sociali anche sul terreno della democrazia, se passa il principio che all’elettore si può dire, come se fosse la cosa più normale del mondo: “O mangi questa minestra o salti dalla finestra”?

Ma che fine ha fatto Cuperlo che ho votato alle primarie?

 

 

SINISTRA ITALIANA DEVE IMPARARE A DISCUTERE SERIAMENTE

maggio15
STEFANO FASSINA

STEFANO FASSINA

E’ stato un complotto interno ad impedire la corsa di Fassina a sindaco di Roma? Secondo me non ha senso farsi domande alle quali non si può dare una risposta. Si finisce per logorarsi tra allusioni, risentimenti e offese senza arrivare alla verità. Quindi lasciamo perdere dato che la spesa non vale l’impresa, come si dice dalle mie parti.

Ma mai lasciare sospese le domande che possono avere una risposta mediante una libera discussione. Perché anche i nodi irrisolti logorano.

E chi sta partecipando al percorso di costituzione di un nuovo soggetto politico alternativo al partito della nazione sa che di nodi da sciogliere ce ne sono parecchi. E in che misura i nodi possano intralciare il cammino l’abbiamo visto a Roma.

Perciò non comprendo la risposta stizzita del Comitato dei Cento alla questione posta con grande chiarezza da Fassina: “Vedo due impianti di cultura politica. Da una parte chi, come me, considera chiusa la fase del centrosinistra. Dall’altra, chi pensa che il nostro destino sia l’alleanza subalterna con il Pd”. Secondo il Comitato dei Cento, la domanda di Fassina, che ci siamo posti tutti a Cosmopolitica, nelle riunioni plenarie, ai tavoli e pure nei corridoi, è dettata da “rancore”, è espressione  di “esperienze minoritarie prive di radicamento nella società” e non approda a niente altro che ad una “ridotta minoritaria”.

  1. Rancore che? Siamo adulti e non all’asilo e il rancore non è una categoria politica. Come dire che Berlinguer non si voleva alleare con Malagodi perché era dispettoso e vendicativo. Invece non gli veniva nemmeno in mente perché perseguiva un progetto alternativo e non compatibile. Esattamente come dovrebbe fare una sinistra in costruzione rispetto alla natura liberista e cesarista che ha assunto il PD. E questo vale al governo come nelle amministrazioni locali: quando le giunte di centrosinistra si metteranno a privatizzare i servizi, a lottizzare e a sbattersene dell’ambiente che diremo? Che noi, ehm, veramente pensavamo altro, ma i rapporti di forza non sono a nostro favore?
  2. Esperienze minoritarie prive di radicamento nella società perché? Esiste in Italia una sinistra radicata nella società? Un Paese in cui i precari non scendono in piazza di giorno e di notte contro il Jobs Act perché “comunque il mio contratto prima era precario ed ora almeno è a tempo indeterminato” (è esagerato pure scomodare il noto concetto di falsa coscienza) non ha nessuna sinistra radicata nelle società. Al massimo la sinistra è presente in qualche battaglia per i diritti civili, e nemmeno ha l’esclusiva perché l’iniziativa è stata adel partito al governo che di sinistra non è. Il radicamento sociale è tutto da costruire e lo si fa mostrando un’identità chiara.
  3. Ridotta minoritaria? Cioè una poltroncina da cui, se tutto va bene, se le compatibilità europee non prosciugano le residue risorse, se non si disturba troppo il manovratore, si distribuisce qualche briciola ai centri sociali o associazioni che operano nel sociale sarebbe cultura di governo? 

Ora, siccome penso che queste domande non siano solo mie, ma anche di un bel pezzo di militanza impegnato nel progetto di Sinistra Italiana, la risposta a Fassina avrebbe dovuto essere: “Hai ragione, abbiamo tante cose da chiarire”, invece di inveire come di fronte allo sfogo di un isterico. Lo impone la serietà dettata dalla fase cruciale che stiamo attraversando.

E’ stata una settimanaccia.

GOTOR PANCIA A TERRA

maggio10

miguel gotorQuesto è il tweet di ringraziamento del Senatore Gotor a Renzi che ha gentilmente concesso il congresso subito dopo il referendum: “Bene @matteorenzi su Congresso anticipato dopo referendum, ora pancia a terra per vincere alle amministrative @pdnetwork“.

Bene Renzi che? Gotor pensa veramente che il congresso anticipato sia l’accoglimento della proposta della sinistra dem? No, non lo pensa. Sa benissimo che Renzi conosce solo questo gioco: rischiare e in caso di vittoria capitalizzare la vincita. E quindi è evidente che, essendosi imbarcato in questa avventura, tenterà di vincerla con ogni mezzo per poi presentarsi al congresso nelle condizioni migliori per asfaltare quel po’ che è rimasto di mugugno (chiamarla opposizione è francamente un’esagerazione) dentro il PD.

Intanto incassa la promessa di marciare tutti insieme appassionatamente fino al congresso. Bell’accordo, un capolavoro. Da festeggiare appunto con un tweet.

E infatti ora tutti “pancia a terra” per la gloria del PD nelle prossime amministrative.

Pancia a terra che? Gotor e tutta la minoranza dem sanno benissimo che la loro unica speranza è che Renzi prenda in queste amministrative una potentissima tranvata sui denti. Altrimenti non se lo toglieranno di torno né il prossimo né per i prossimi 8 congressi. 

E allora perché questa ipocrisia? Perché quando un ceto politico, anche quello proveniente dalla società civile, è autoreferenziale e senza un soggetto politico popolato da donne e uomini alle spalle, diventa contorto. Si attorciglia in manovre, tatticismi, accordicchi, quello che sembra no invece è e quello che giureresti che è al contrario è no, e per di più chiama pomposamente tutte queste operazioni “Politica”, con la P maiuscola, quella che sa fare solo una élite di iniziati, ancorché nuova e proveniente dalla mitica società civile.

E così facendo questa supposta autosufficienza entra in un circolo vizioso: più la prassi è opaca e più il distacco con il proprio popolo di riferimento si accentua, più cresce la distanza tra rappresentati e rappresentanti più diventano difficili e deboli le battaglie a viso aperto.

Fino alla presa per i fondelli: “Ehm, noi vorremmo tanto fermare il disegno liberista e cesarista di Renzi, ma ehm, sapete, i rapporti di forza, ehm, non ci seguirebbe nessuno, ehm, la Politica è anche ……”.

Beh, certo, non è che lo slogan “Vorrei tanto ma non posso” è quello più efficace per riunire folle entusiaste.

 

IL PASTROCCHIO DI ROMA

maggio8

CAMPIDOGLIOSenti senti cosa ha dichiarato il simpatico Giachetti: “Non so cosa farà D’Alema, ma è chiaro che un pezzo del PD non mi appoggia. E’ il senso della mia candidatura: rompere con una parte del PD e lasciarmela alle spalle”.

Non credo sia tanto stupido da non sapere che non è questo il modo migliore per chiedere voti. Perché sa benissimo che quel pezzo non è ceto politico autoreferenziale: D’Alema ha un seguito importante tra i militanti di base.

Giachetti cioè vuol far credere che quello che vuole lasciarsi alle spalle è apparato mummificato e invece vuole rompere con il cuore rosso che ancora pulsa in qualche area del PD, anche se tradito dai dirigenti e annichilito dalla svolta liberista del partito.

Tanto c’è l’esercito di riserva dei voti e sono quelli di chi fa sì con la testolina, come i pupazzi di cagnolino che si usava mettere nel lunotto posteriore della macchina (ve li ricordate?) a queste dichiarazioni di Taddei, di straordinaria cristallinità quanto a cambiamento di verso del PD: “L’intero mercato è destinato a cambiare e con esso anche la mentalità dei lavoratori italiani. Dobbiamo abituare la gente che l’istruzione sarà molto più lunga e costosa, le assunzioni a tempo indeterminato molte di meno, i tempi di lavoro più lunghi, i tempi di lavoro verranno posticipati. Le riforme non hanno solo un fine economico, ma anche e soprattutto sociale perché servono a modificare la mentalità lavorativa degli italiani”. Sapete chi è Taddei, è il responsabile economico del PD e ha avuto la faccia tosta di proferire questa bestemmia, perché tale è per chi abbia un minimo a cuore le ragioni dei lavoratori, nel luglio del 2015. E non penso che abbia cambiato idea, né che l’abbia cambiata il resto della classe dirigente PD.

Quindi questa è la base e l’elettore tipo verso cui converge il PD: 1) la classe dominante che sfrutta il lavoro altrui e può permettere ai suoi rampolli un’istruzione lunga e costosa per perpetuare nei secoli lo sfruttamento del lavoro altrui; 2) gli sfruttati che, vedrete, presto non potranno più sognare nemmeno le carabattole ideologiche vendute alla Leopolda sul merito come ascensore sociale, perché senza l’istruzione lunga e costosa di Taddei non può emergere alcun merito.

Questa è la posta in gioco e questo è il SI’ che Renzi vorrebbe da noi, altrimenti la Boschi ci dice che siamo brutti e cattivi come quelli di Casa Pound (ma anche quelli dell’ANPI sono brutti e cattivi?). Perché la riforma costituzionale unita all’Italicum consente a chi è al governo (e non si prevedono i bolscevichi) di completare l’annichilimento dei lavoratori riportandoli non all’era DC, che garantiva l’ascensore sociale e in cui l’operaio poteva aspirare ad avere il figlio dottore, ma all’era delle caste.

Questa è la battaglia di lungo periodo che ci attende, fermare questo disegno. E non l’avrebbe fermato certamente Fassina a Roma. Certo, una buona affermazione di Sinistra Italiana a Roma non avrebbe fatto male. Certo, non è un buon viatico l’esclusione della lista per deficienze organizzative. Certo, è frustrante per i militanti ed è un danno di immagine per la nuova formazione.

Ma di fronte al baratro a cui siamo destinati, lapidariamente riassunto nelle quattro-cinque righe di Taddei e nello sprezzo di Giachetti per l’elettore di sinistra, le amministrative di Roma non sono dirimenti, tanto più che Fassina non avrebbe raggiunto il ballottaggio, era dato al 6,8%. Ma il rischio di frana psicologica è reale.

Il problema è ora andare avanti consapevoli che la strenua battaglia che ci aspetta ha bisogno di meno retorica “cosmopolitica”, di meno improvvisazione movimentista, di meno colore spontaneista, di meno  vanità solipsistica e di più organizzazione, più strutturazione e di quelle enormi risorse dei militanti di base: il rigore, il lavoro paziente per non commettere vaccate come quella di Roma e l’umiltà.

Mi aspetto questa consapevolezza dal congresso di costituzione del partito a dicembre: meno scimmiottamento delle tecniche di comunicazione leopoldine e più serietà: il partito della nazione non ha bisogno di organizzazione, ha dalla sua media e poteri forti, noi invece sì perché abbiamo dalla nostra solo la frustrazione degli sfruttati. 

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